Hanno rischiato molto, anche perché il boss quei soldi li voleva indietro e sapeva come farsi rispettare quando qualcuno provava a imbrogliarlo. Tre persone che vantavano di avere amicizie e influenze in Corte di cassazione sono state arrestate a Roma su ordine del giudice per le indagini preliminari di Bologna con l’accusa di millantato credito. Si tratta di Teresa Tommasi, funzionaria della Corte di Cassazione, Nicola Paparusso, ex carabiniere, scrittore, produttore televisivo nonché consigliere legislativo di Sergio De Gregorio (quando questo era presidente della commissione difesa nella scorsa legislatura) e Massimiliano Colangelo, un faccendiere potentino trasferitosi a Roma pizzicato da una foto del Fatto Quotidiano a passeggio anch’egli con il senatore De Gregorio a Roma nel 2012.

Secondo la ricostruzione della procura della repubblica di Bologna che ha portato gli indagati ai domiciliari, alla fine del 2011, Colangelo e Paparusso durante un incontro in un hotel di Imola, fecero credere al boss legato alla ’ndrangheta, Nicola Femia, (meglio noto come “Rocco”), di poter ammorbidire la condanna a 23 anni e 4 mesi di reclusione inflittagli dalla corte d’appello di Catanzaro per associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga. Ma in realtà, era tutto un bluff per scucire dei soldi al boss.

Paparusso e Colangelo chiesero a Femia 400 mila euro per sistemare la faccenda tramite le loro conoscenze e riuscirono a farsi anticipare 100 mila euro con la promessa di ricevere i restanti 300 mila una volta aggiustata la sentenza. Intermediario tra Femia e i due era Guido Torello, il faccendiere che in una telefonata intercettata in quegli stessi mesi, parlava con Rocco Femia di sparare in testa al giornalista di Modena Giovanni Tizian, da allora finito sotto scorta.

Nell’affare, Teresa Tommasi sarebbe stata il braccio di Paparusso e Colangelo nelle stanze della Suprema corte. Quando a febbraio 2012 la Cassazione emette la sua sentenza, che annulla solo parte della condanna, rinviando in appello gran parte delle accuse, Femia rimane deluso. E in un sms inviato a Torello non nasconde il disappunto nei confronti di coloro che avrebbero dovuto far annullare le sue condanne: “Farci prendere per il culo no. A me hanno proposto l’annullamento per delle cose e per delle altre ancora rischio da 8 a 20 anni”, scrive Femia in un sms il giorno stesso della sentenza della Suprema corte. “Massimiliano (Colangelo, ndr) ha sbagliato di grosso (…) In realtà a oggi non ho più 23 anni, ma ne ho certo 10 o 15 che la Cassazione ha confermato. Da amico fraterno tu al mio posto cosa faresti?”, si sfoga Rocco. Il boss lascia intendere a più riprese di volere passare eventualmente alle vie di fatto, se quei soldi non verranno restituiti: “Ti do tempo entro il 20 di questo mese a te e a guido, dopo di che agisco diversamente e ti pentirai di brutto e dopo me li torni con gli interessi”, scrive in un sms a uno dei due. Colangelo e Paparussso invece chiedono più volte la corresponsione dei restanti 300 mila euro pattuiti. Guido Torello, che fa da intermediario, è talmente preoccupato per la reazione di Femia, che si offre di restituire lui al boss i 100 mila euro purché si calmino gli attriti.

Ora la procura di Bologna, dopo una serie di accertamenti, ha indagato i tre per millantato credito proprio perché hanno ricevuto del denaro per aiutare Femia nel giudizio di fronte alla Suprema corte, anche se, è la ricostruzione della procura di Bologna, i giudici non sarebbero mai stati contattati. I tre si sarebbero semplicemente vantati di amicizie e contatti mai avuti. Ma non è tutto. Dalle stesse indagini dei magistrati bolognesi è emerso che, proprio come per il caso di Femia, Colangelo, Paparusso e Tommasi avevano anche ricevuto una grossa somma di denaro anche per il caso di Raffaele Petrone, esponente legato alla camorra campana. Ma anche in questo caso senza fare niente poi per aiutarlo.

Tommasi, Colangelo e Paparusso (quest’ultimo molto noto negli ambienti vip romani e fidanzato con una ballerina del programma Ballando con le stelle) erano già finiti, sebbene non da indagati, nelle carte dei magistrati bolognesi a gennaio 2013 quando erano stati eseguiti 29 arresti nell’ambito dell’inchiesta della Guardia di finanza Black monkey, coordinata dal procuratore di Bologna Roberto Alfonso e dal sostituto Francesco Caleca. Nella maxi-inchiesta Femia insieme ai suoi due figli e ad altri 26 persone (tra cui Torello) era stato arrestato perché ritenuto a capo di una organizzazione che gestiva e manometteva slot machine e videogame online in tutta Italia per giri d’affari da decine di milioni di euro.