A sette mesi dall’inizio della legislatura, le Camere non hanno nominato il presidente della commissione antimafia. Anzi della “Commissione Parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali, anche straniere” (per esteso si chiama così).

Il parlamento non ha neanche iniziato a lavorare sul “fenomeno”. E questo basterebbe già a commentare il livello di attenzione che la politica italiana continua a riservare al problema “mafia”. Finora le cronache si sono solo occupate delle varie bocciature di candidati (da Rosy Bindi in poi) e delle competizioni tra altri pretendenti.  L’ultima competizione per quel “posto” di presidente della commissione, tutta interna ai centristi Vecchio e Dellai, non solo è polverosa.  Ma anche del tutto ridicola. Incomprensibile.  Inutile.

Siccome penso che la mafia, come la salmonella a Napoli o l’inquinamento a Taranto, sia un problema endemico e, al pari del debito pubblico,  sia uno dei principali limiti allo sviluppo economico nel nostro paese, credo che il brutto spettacolo istituzionale debba finire e il “tema” meriti decisioni oneste.  Per rispettare la memoria dei sacrifici che la battaglia civile alla mafia ha prodotto in questo distrattissimo Paese.

Quelle competizioni sulla “poltrona” sono da tardissima seconda repubblica e poi pongono un legittimo dubbio:  l’esistenza di una commissione parlamentare antimafia, nelle forme e con i compiti fin qui avuti da quell’organismo, è ancora utile al movimento antimafia, a magistrati e poliziotti impegnati sul campo e al complessivo dibattito civile? Io direi proprio di no.

Quando la commissione antimafia fu creata, il 20 dicembre 1962, la mafia era ancora in gran parte rurale e localizzata in Sicilia e Calabria, a Palermo il sindaco si chiamava Vito Ciancimino, i giudici Falcone e Borsellino si erano appena laureati in giurisprudenza, a Palermo c’erano vescovi negazionisti: “la mafia è un’invenzione del Pci per colpire la Dc”, dicevano nelle loro omelie in cattedrale.

Ma ora, mezzo secolo dopo? Ora  la mafia è un’azienda multinazionale economica, sta a Milano, a Duisburg o Anversa oppure Aberdeen e fattura (secondo dati della prudentissima Bankitalia), 150 miliardi all’anno ma partecipa anche all’accumulazione dell’analoga cifra che in Italia fa il volume dell’evasione fiscale. Anche se non presenta bilanci ufficiali, la mafia ora è l’impresa più potente in Italia, fattura più dell’Eni, della Telecom e di Fiat messe insieme.

La “presenza” della mafia in Italia non è più episodica, localizzata e marginale. La mafia non è più una “emergenza” ma la regola, è uno dei protagonisti “ufficiosi” del mercato economico  che elude le regole del mercato, ma usa la violenza per conquistare il denaro col quale compra tutto. E’ uno dei pochi soggetti economici che, in un’era di recessione, possiede un fiume di denaro liquido.

Dunque, il “problema” è grosso e non va relegato in un solo angolo parlamentare, ma messo al centro di tutta l’attività parlamentare e di governo. Come invece non avviene. Fatto il presidente dell’antimafia, il “tema” viene politicamente relegato lì, dal 1962, e semmai delegato al lavoro di qualche procura.

E allora? Signori parlamentari, fate piuttosto in modo che le commissioni lavoro, esteri o affari comunitari e quella per le attività produttive, affari regionali e sociali e così via mettano in cima alle priorità il “problema” e poi varate leggi che non aiutino gli interessi della mafia Spa. Fatelo in modo permanente. Battetevi per questo. Se no, sopprimete quella commissione che diventa solo una poltrona qualunque, un’altra da assegnare a chiunque.  E dite chiaramente – come molti parlamentari facevano dal 1962 fino alle stragi del 1992 – che la mafia non esiste e non è un problema. In fondo, sarebbe più dignitoso.