Quel burlone di Enrico Letta, dopo le austere mestizie dell’iniziale semestre grigiofumo del suo governo, aveva garantito che era in arrivo la cuccagna della ripresa. E la rondine – nunzia di primavere anticipate – sarebbe stata una consistente piallatura di quel cuneo fiscale che appesantisce il costo del lavoro e- al tempo stesso – alleggerisce le buste paga fino a renderle aeroplanini di carta.

Così è stato. Grazie a una generosa legge di stabilità, dopo tanti anni di vacche magre si sta materializzando un robusto bonus di ben 14 euro lordi al mese; che darà sollievo alle smunte tesorerie dei lavoratori, porterà l’allegria consumistica sulle tavole delle loro famiglie e favorirà una significativa ripresa dei consumi, anche a vantaggio delle nostre imprese.

L’unica preoccupazione di quel caro pretino del nostro primo ministro è che ora si esageri nei bagordi, andando a scapito di un sano ritorno alla tesaurizzazione, caratteristica virtuosa del nostro popolo risparmiatore. Per questo sono allo studio interventi sostitutivi, volti a favorire un incremento degli acquisti in chiave anticongiunturale e con particolare attenzione al made in Italy; senza per questo andare a intaccare il succitato tesoretto dei 14 euro. Ad esempio la componente sudista del governo, capitanata dal vice premier Angelino Alfano, propugnerebbe l’idea di un buono sconto di mezzo euro, riservato ai metalmeccanici dell’automotive e i siderurgici dell’Ilva di Taranto, per l’acquisto di dopobarba della linea Dolce e Gabbana alla fragranza di pesce azzurro mediterraneo; tesi a cui l’ala nordista, che ha il proprio punto di riferimento nella cuneese di Bra Emma Bonino (inflessibile garante dei diritti civili bielorussi e cultrice del cardo in bagna cauda), contrappone la proposta di un ticket “prendi tre paghi due” per il tartufo bianco di Alba; da spendersi nelle location Eataly del renziano Oscar Facchinetti.

Il solo contrario alla manovra resta il viceministro Stefano Fassina, indispettito dal fatto di non essere mai stato consultato (in generale, ovviamente). Tanto che ormai, nel politichese nostrano, l’espressione “conti come il due di coppe” è stata aggiornata in “conti quanto un Fassina”.

In questa girandola di trovate finanziario/promozionali i lavoratori hanno finalmente trovato conferma di non essere più quel “Calimero pulcino nero” che erano diventati dopo le storiche sconfitte a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso.

O forse no?

Scherzi a parte, la beffa della legge di stabilità smaschera ulteriormente quello che è il pensiero dominante in campo economico, da cui derivano gli orientamenti di una compagine governativa nata all’insegna della stabilità; in altre parole, con il mandato di tutelare gli interessi dominanti: ossia il privilegio, rappresentato da quel conglomerato di rendite e accaparramenti di cui il ceto politico è una delle componenti più attive (il blocco sociale degli abbienti).

Non è un caso se l’unico rudimento di politica industriale che “lorsignori” riescono a concepire è l’aggressione al “peso politico” del lavoro, in una visione competitiva per cui ciò che conta è l’abbattimento del costo dei fattori. Il viottolo dissestato che condurrebbe il nostro sistema produttivo a misurarsi soltanto con quelli di nuova industrializzazione, dove ritornano in auge forme di lavoro tendente allo schiavistico.

Mai nessuno, tra i pensosi soloni del mainstream liberistico quale stella polare del governo, che ipotizzi politiche per la riqualificazione della gamma merceologica italiana, che – tra l’altro – potrebbe premiare la qualità del lavoro (come indica il caso tedesco); nessuno sembra prendere atto che persino l’epicentro della finanziarizzazione del mondo – gli Stati Uniti d’America – oggi riscopre l’economia reale con le scelte dell’amministrazione Obama. Il fenomeno si chiama “reshoring”, rimpatrio di attività industriale e di servizi, che inizia ad assumere dimensioni consistenti; promettendo ulteriori accelerazioni nei prossimi anni. Intanto sta invertendosi il trend occupazionale nell’industria manifatturiera statunitense; che oggi impiega 12 milioni di lavoratori contro i 17 di vent’anni fa. Ma che la ritrovata crescita promette di recuperare entro il 2020. E già negli ultimi tre anni i posti creati sono stati mezzo milione.

Visto che Enrico Letta si trova a Washington, potrebbe farsi ragguagliare in materia dal presidente americano. Anche se i rapporti di classe vigenti in Italia autorizzano dubbi sulla modificabilità di criteri prioritari che inducono a riservare al lavoro niente più del misero obolo di 14 euro.