Due giorni fa è morto un mio carissimo amico, Luigi Bernardi, scrittore. Un grande scrittore, a mio avviso. “A chi vuoi che interessi uno scrittore quasi sessantenne, caro Remo?”, mi scrisse in una mail, un paio di anni fa. 
L’ho definito scrittore. Ma è stato anche direttore editoriale della serie noir di Einaudi Stile Libero e, poi, della casa editrice Perdisa Pop, ed è stato, Luigi, tanto altro. Era soprattutto una persona rara perché disponibile. Rispondeva alle mail degli sconosciuti, spronava a scrivere quando intravvedeva qualcosa di buono. Era un grande Luigi, e io l’ho ricordato così: Bernardi, lo Zeman dell’editoria.

E buona lettura e buon fine settimana con questa proposta (che Luigi avrebbe letto).
r.b. 

 

La notte senza giorno
di Davide Borgna ed Emanuele Piccinini

Capitolo 1

Com’è strano il verso dei gabbiani. Mio padre aveva una voliera ed io restavo per ore ad assaporare ogni sfumatura di quelle voci, traendone serenità. Ma non potrò mai scordare la prima volta che conobbi i gabbiani. Avevo cinque anni e correvo sulla battigia. Sentii la voce di mio padre e mi bloccai spaventato: non lo avevo mai udito così. Girai il capo cercando di spiegarmi quel tono stridente. Allora li vidi volteggiare sopra di lui, macchie informi e minacciose. Nel raggiungerlo mi tappai le orecchie.

Incespico. Camminare sulla sabbia mi fa sentire goffo, il che, dati il mio mestiere e la mia esperienza, capita raramente. A un centinaio di metri una terrazza si affaccia sul litorale: riconosco la villa. Intorno solo pineta. Mentre mi avvicino istintivamente il mio corpo si flette e rallento il passo. La portafinestra è socchiusa: ci sentiamo al sicuro lontano dalla civiltà.

Varco la soglia. Nella penombra del salotto la risacca si attenua, persino i gabbiani sembrano trovare pace. Mi guardo intorno e sorrido alla stanza dei miei sogni: le pareti sono spoglie, l’unico arredo è una poltrona dallo schienale alto. Mi ci accomodo, accavallo le gambe. Una pila di libri si erge fino all’altezza del bracciolo, non serve neanche protendersi per afferrare l’ultimo volume. L’occhio mi cade su una scacchiera poggiata sul pavimento. La sfida è in corso ma prevedo un’Apocalisse imminente per i bianchi. Sì, quattro, cinque mosse al massimo.

La stanza è fresca e pervasa da una quiete ovattata. Com’è comoda questa poltrona. Non devo rilassarmi, non è il momento. Un gatto scivola dalla porta d’ingresso fino alla sua cesta nell’angolo. Mi presta attenzione per due minuti scarsi, poi si appisola: sono assunto.

Sono seduto da un quarto d’ora quando echeggia un rumore d’ingranaggi seguito da un tubare metallico. Stringo il bracciolo con la mano e mi volto. Il suono viene da un orologio a cucù sulla mensola del camino. Il volatile si è già ritratto nelle sue stanze. Mi alzo e vado a scostare uno dei tendaggi della sala. Un’occhiata fuori e lo vedo: il suo passo è sicuro, al contrario di me è abituato a camminare sulla sabbia.

Mi risiedo e rovisto nella tasca. Lui entra chiudendosi la portafinestra alle spalle. Fa due passi, sembra non accorgersi di me, poi mi nota. Lo sguardo gli si gela mentre corre dal mio viso, alla mano guantata, alla pistola.

Non urlare, dico.

Tentenno l’arma per fargli cenno di sedere.

I sandali gli sfuggono mentre si lascia cadere a terra. Posa i palmi delle mani sulle ginocchia, tremanti. Non osa guardarmi in faccia.

Avrà una sessantina d’anni, i capelli grigi pettinati all’indietro, viso asciutto. Così raccolta la sua figura sembra ancora più esile, come quella di un bambino. Corrisponde in pieno alla descrizione.

Sei Mario Ferzetti?

Il labbro gli trema, la fronte s’imperla di sudore ignorando il fresco della stanza. Annuisce lentamente, gli occhi fissi sul pavimento.

Vuoi chiedermi per chi lavoro? Sempre che tu non lo sappia già.

Tace. Attendo qualche secondo, poi riprendo.

Non sprecare tempo a crucciarti, non lo so neanch’io.

Mi guarda per la prima volta. Capisco che avrebbe preferito morire di colpo senza conoscere la mia voce. Purtroppo non sta a noi decidere come andarcene.

Ho poco tempo quindi ascolta: se hai una faccenda che ti sta particolarmente a cuore m’incarico io di sistemarla per te. Pensaci.

Ferzetti sembra meditare qualche istante. Forse mi ha creduto. Poi scuote la testa. Gli esce un sussurro: Cos’è, un gioco?

Chiamalo imperativo categorico, principio irrinunciabile o come ti pare. E’ una mia regola personale.

Un assassino ha dei principi?

Una smorfia gli arriccia il labbro, le mani non tremano più. Non è arrivato dov’è per nulla, dopotutto.

Mi appoggio allo schienale, estraggo l’orologio dal taschino e lo poso sul bracciolo.

Come prova di buona fede ti do mezzora. Intanto finirò la partita.

Torno a fissare la scacchiera mantenendolo sotto tiro. Avevo ragione: cinque mosse. Nello stesso istante del matto Ferzetti sembra riaversi dai suoi pensieri.

Posso chiedere qualsiasi cosa?

Non faccio secco il mio principale se è questo che intendi.

Non intendevo quello.

Deglutisce, poi prosegue: nella mia scrivania di sopra c’è un plico nel terzo cassetto. Dovevo consegnarlo al mio notaio, Riccardo Celi. I dettagli sono nella busta.

Faccende di lavoro?

Non proprio.

Tace per un istante. Gli occhi si abbassano sulla scacchiera.

Anni fa ho commesso un errore, ora è passato molto tempo. Vorrei rimediare.

Capisco che non intende dirmi di più. Il suo sguardo indugia sul re bianco rovesciato: è così che deve sentirsi ora. Mi fissa per l’ultima volta mentre gli rivolgo un cenno d’intesa. Poi faccio quello che devo fare.

 

Quarta di copertina

46 anni, separato e con qualche acciacco, Attilio Zanghi è un professionista della morte. Da vent’anni lavora come sicario e ha svolto incarichi di ogni tipo. Ma Attilio non è un killer comune, infatti pratica il mestiere seguendo una sua regola: ogni volta che deve uccidere un uomo, in cambio della vita si offre di sistemare per lui una faccenda in sospeso. Zanghi segue questa regola da quando, dieci anni prima, una crisi epilettica non gli fu quasi fatale sul lavoro.

Un giorno Attilio si reca in un villino sul mare per uccidere Mario Ferzetti, un imprenditore. Prima di venire freddato questi consegna a Zanghi una busta contenente i documenti per il riconoscimento di un figlio nato fuori del matrimonio. Zanghi deve consegnarli ad un notaio entro due settimane: l’appuntamento è in un paesino sul lago di Como. Attilio si mette in viaggio, ma l’impresa si dimostrerà ardua perché qualcuno non vuole che giunga a destinazione…

 

Gli autori

Davide Borgna – davide_borgna@fastwebnet.it

Nato a Milano il 23-07-86. Laureato in Lettere all’Università Cattolica di Milano e in Cinema all’Università di Bologna. Appassionato di film e serie tv, aspira a diventare sceneggiatore e compie i primi passi scrivendo il corto La strada per il mare (visibile su Youtube, realizzato nell’ambito del progetto Film Factory Italia) e frequentando la Bottega Finzioni, scuola di narrazione fondata da Carlo Lucarelli. 

Emanuele Piccinini – ema86pic@yahoo.com

Nato a Senigallia il 3-03-86. Diplomato in tromba al Conservatorio di Como, prosegue gli studi musicali specializzandosi al Conservatorio Pergolesi di Fermo. Scrittore per passione, ha pubblicato un romanzo, L’alfiere bianco, per Aletti Editore. Oltre alla Notte senza giorno, scrive con Davide Borgna il racconto Punto di svolta, finalista de “La passione per il delitto” nel 2010.