Sono “infami”, commettono “sgarri” imperdonabili, sono determinate e forti ma anche più fragili quando si devono difendere. E la legge della ‘ndrangheta non perdona. Chi sbaglia paga. E l’errore viene punito anche dalla stessa famiglia. Ci sono donne che si sono ribellate alla ‘ndrangheta e hanno pagato un prezzo altissimo e ci sono donne di ‘ndrangheta che, oggi, sono ancora fedeli alle regole che i mafiosi si sono dati sin dalla nascita delle organizzazioni criminali. E, allo stesso modo, c’è la ndrangheta che progredisce, fa affari con il Nord e con tutto il mondo e c’è quella che, inevitabilmente, è conservatrice. Sono le due facce della stessa medaglia: non potrà mai cambiare il proprio habitus, perché la vera forza è nel terrore che riesce a seminare.

È nel controllo totale di piccole porzioni di territorio dove “non si muove foglia” senza che “loro” lo sappiano. Le donne hanno spezzato un sistema ma c’è chi lotta ancora ogni giorno per mantenerlo in piedi. È donna anche la madre di Maria Concetta Cacciola, la giovane testimone di giustizia morta nella sua casa di Rosarno dopo avere ingerito acido muriatico. E’ donna e madre la persona che ha messo al mondo Cetta Cacciola. Ma non ha fatto nulla per impedire la morte della figlia. Come puo’ una madre stare zitta e accettare che si “lavi” il “peccato”della figlia (“infame”) con l’acido muriatico? E’ di pochi giorni fa la notizia che Maria Concetta Cacciola, morta il 20 agosto del 2011, non si sarebbe suicidata ma sarebbe stata uccisa. Vengono fuori particolari inquietanti che coinvolgono direttamente la sua famiglia. Quella famiglia che convinse la figlia a tornare a Rosarno, facendole abbandonare la località protetta dove si trovava. “Cetta ti giuro, ti giuro, il papà che nello spazio di dieci giorni non si parlerà più di questo fatto a Rosarno” diceva il padre nel tentativo, riuscito, di persuaderla dalla sua decisione di collaborare. Anche la madre che probabilmente sapeva che non sarebbe stato così semplice il suo ritorno in città, la esortava a seguire la ‘famiglia’.

Ma la famiglia vera alla quale i Cacciola hanno risposto è quella di ‘ndrangheta. Quel legame con la cosca Bellocco che, proprio per le dichiarazioni di Cetta, rischiava di compromettersi e non si sa con quali conseguenze. E allora, dato che, in questi casi, i panni sporchi si lavano in casa, Rosalba Lazzaro, Michele e Giuseppe Cacciola, madre, padre e fratello di Cetta, hanno contribuito a spezzare ogni sogno della giovane figlia. La perizia medico legale fatta in un primo momento da Antonino Trunfio fa acqua da tutte le parti, anche lui dovrà dare delle spiegazioni alla giustizia. Cetta avrebbe provato a difendersi ma i suoi assassini l’hanno immobilizzata, le hanno afferrato la gola e fatto bere la sostanza che l’ha uccisa.

I genitori non si sono mai chiesti le motivazioni di quello che dicevano fosse stato un suicidio. Nelle ore successive alla tragedia se la prendevano con la giustizia. Erano arrivati ad accusare i pm, Alessandra Cerreti e Giovanni Musarò, i quali avevano gestito la collaborazione di Cetta, di avere approfittato dello stato di “depressione psichica” della figlia. Meglio la morte che il disonore. Anche Lea Garofalo è morta per mano mafiosa. Domani i funerali a Milano ma con un segno di speranza importante. Denise, la figlia di Lea, anche lei collaboratrice di giustizia, perché l’assassino di sua mamma è suo padre, che lei ha avuto il coraggio di denunciare. Denise lancia un messaggio e invita tutti a partecipare ai funerali. “Il suo funerale – dice è un segno di vicinanza non solo a lei, ma a tutte le donne e gli uomini che hanno rischiato e continuano a mettersi in gioco per i propri valori, per la propria dignità e per la giustizia di tutti”. Un messaggio bellissimo, d’amore, e pieno di speranza che unisce Nord e Sud, finalmente, nel segno della legalità, della lotta all’indifferenza e all’omertà. Rompendo quel silenzio che ha portato donne come Lea e Cetta a perdere la vita per la libertà. Libertà dalla mafia che soffoca, indebolisce e intimidisce, uccide e vendica in nome di quell’onore che donne vere come queste non riconoscono.