È mancato ieri improvvisamente, all’età di sessantotto anni, Elio Matassi, professore di Filosofia morale presso l’Università degli Studi Roma Tre. Tra i volti più noti del panorama filosofico contemporaneo, da circa un biennio scriveva regolarmente sulle pagine del suo blog su ilfattoquotidiano.it.

Allievo di Emilio Garroni, da lui aveva ereditato la concezione dell’estetica intesa come “filosofia non speciale” per la quale il fenomeno artistico non rappresenta affatto un campo d’interesse marginale, limitato agli oggetti e alle teorie dell’arte, ma il luogo in cui, in modo eminente, il senso complessivo dell’esperienza del mondo emerge in maniera esemplare. È in quest’ottica che vanno compresi i numerosi studi dedicati da Matassi all’estetica musicale, tra cui è doveroso menzionale almeno Bloch e la musica; L’idea di musica assoluta (dedicato a Nietzsche e Benjamin), gli studi su Adorno e ‒ forse il suo contributo più compiuto in merito ‒ il volume Musica, uscito per i tipi di Guida nella collana Parole chiave della filosofia, dove, tirando le somme di un percorso trentennale, ha esposto le linee fondamentali di quella che lui stesso aveva definito come un’autentica filosofia dell’ascolto.

Accanto a quest’ambito di ricerca, vanno inoltre ricordati da un lato il suo interesse per il pensiero otto e novecentesco, specie di derivazione hegeliana (notevole, a questo riguardo, il volume Il giovane Lukács. Saggio e sistema, recentemente riedito da Mimesis), dall’altro una preziosa attività divulgativa che ‒ raro connubio di levità e spessore, non di rado ingentilito d’ironia ‒ sapeva affiancare al riferimento colto, tratto dalla tradizione, un’appassionata riflessione sul mondo del calcio (cui ha dedicato ben due monografie), sulla gastronomia o il linguaggio degli animali.

Vorremmo allora ricordarlo affidandoci alle sue stesse parole, immaginando che, foss’anche per pochi istanti, sia lui stesso a pronunciarle, quale congedo dal mondo delle forme mute, prima d’attingere a quell’intrinseca ‘natura’ musicale che è la nostra dimora lontano da noi stessi: “La musica è sempre, di per se stessa, parola e capacità di parola. Di qui la definizione di musica come ‘utopia’, cioè come proiezione di ciò che resta nel profondo, come in attesa, di ciò che agisce nell’intimo di noi e che trascende la realtà immediata senza essere trascendente. La musica, in questo senso, è potenzialità di esigenze assolutamente soggettive e immanenti, che nascono nel sostrato vitale di ogni coscienza al fine di spingerla lontano da sé, e tuttavia guidarla ad un recupero di sé”.