Ci sono poeti di cui si parla poco e di cui invece bisognerebbe parlare molto.

Poeti che tanti conoscono e di cui tanti tacciono, proprio perché non ne parlino moltissimi e non divengano noti a tutti. Almeno a quei tutti (a quei pochi tutti) che amano e seguono la poesia.

Sono poeti che assomigliano a una bomba a orologeria. Il loro ticchettio segna il tempo che passa, il futuro che si avvicina sempre più, e così coloro che da tempo hanno rinchiuso la poesia dietro la staccionata della pagina, che l’hanno legata alla catena della stampa, alla sua museruola, i truffatori che continuano a sostenere che tradizione sia sinonimo di passato, tentano di coprirli con il sudario di canoni che li occultano, o, al massimo, riservano loro il ghetto dei cosiddetti minori, in ombra, dove nessuno li veda.

Anche se poi va a finire sempre allo stesso modo: il tempo passa e la bomba esplode e non ci sono censure, né dimenticanze che tengano, la bomba esplode, normalmente nello stesso momento in cui accade il futuro.

Potrei fare alla rinfusa i nomi di autori d’importanza pari solo alla diligenza posta da certa accademia (quasi tutta) e dai suoi complici nel dimenticarli: Emilio Villa, Adriano Spatola, Ernesto Calzavara, Patrizia Vicinelli, Edoardo Cacciatore, Luigi Di Ruscio, Francesco Leonetti.

Mi piace cominciare a parlarvene, in questo cinquantenario del Gruppo ’63, partendo dal più irregolare, vitale, ironico e spiazzante di tutti loro, dal fool per eccellenza di questa strana comitiva di pericolosissimi ‘dimenticati’ del nostro secondo Novecento: Corrado Costa.

A chi venisse curiosità, dopo la lettura di questo post, di provare a saperne di più potrà trovare risposta nel bel volume The complete films a cura di Eugenio Gazzola e Daniela Rossi (accompagnato da un Cd multimediale), o nell’ultimo numero di una delle più importanti riviste letterarie italiane, “Il Verri”, mentre è di questi giorni l’uscita della riedizione del suo celeberrimo La sadisfazione letteraria (a cura di Zaffarano, Guatteri e Giovenale).

Poeta e autore di prosa, performer inimitabile e ironico, dilettante sublime (fu un noto penalista e dunque, come diceva lui stesso, in realtà: «Corrado Costa sono due fratelli. (…). Il professionista lavora e il poeta nullafacente vive felice, entusiasta e irriconoscente») capace di comporre testi di assoluta complessità e raffinatezza, Costa ha fatto parte del Gruppo 63, ma se n’è tenuto, in realtà, a una certa distanza, almeno dal suo coté più ‘letterario’, stabilendo rapporti intensi e duraturi solo con alcuni di loro, Balestrini prima di tutto, con quelli, cioè, capaci di concepire la poesia come l’arte della parola in tutte le sue forme e non solo come un’arte di scrittura. Ma tradendo, poi, e seguendo strade differenti, altrettanto rischiose, incamminandosi sui sentieri paralleli di poeti come Emilio Villa (con cui condivide le due piazze di una strana pubblicazione, dove piazza il suo Mignottauro), o di artisti come William Xerra, con cui costruisce gli indimenticabili Flipper, giocando con i quali si componevano poemi ‘aleatori’.

Non amava la letteratura, in realtà, Corrado Costa, come non amava l’io, se ne teneva sempre a debita distanza, preferendo correre molto più avanti, più che per fare l’avanguardista, per essere indisciplinato, imprevedibile, dispettoso, truffatore, aleatorio: «Così non essere legati ad un contesto – contestare / così non aspettare revisione – restare condannati / così fuori tribù, fuori scheda o catalogo – essere salvati // come se dio nascesse preghiera per preghiera / come se ogni ostaggio impugnasse la storia / come se ogni sillaba contestasse il poema» – era il 1964.

E qualche anno dopo: «al centro c’è il tuo posto / al tuo posto non c’è nessuno».

E se è certo che Costa fu un discendente delle avanguardie (di Palazzeschi, prima d’ogni altro), è altrettanto vero che le reinterpretò con una leggerezza capace di sdrammatizzarne ogni aspetto ideologico, preferendo sempre Benjamin ad Adorno, perché ciò che a Costa interessava dell’Avanguardia non era tanto l’assalto al Museo, quanto l’avventura.

Poeta avventuriero quant’altri mai scrisse su carta e disegnò, fece della poesia teatro e performance, organizzò riviste (Malebolge, per tutte), festival, incise poesia su dischi e nastri, fu mentore con Spatola e tutti quelli che si trovavano intorno al Mulino di Bazzano, da Patrizia Vicinelli a Daniela Rossi, Giulia Niccolai e fino ad un giovanissimo Caliceti, di un oggetto non identificato, definito “surrealismo al quadrato”.

Immaginò moltissimo. Estremamente. Nel 1979, ad esempio, immaginò un periodico di poesia che si fermò alla prima uscita, “Il Poesia Illustrato”, ed era la prima rivista di poesia a fumetti, erano i Poetry Comix, ben prima dei Poetry Comix.

Ed era dedicata, quella rivista, a un Nanni Balestrini latitante, inseguito dalle fauci del vergognoso processo 7 aprile. Perché per Costa non era la poesia che doveva iniziare a far politica, quanto piuttosto il contrario. Perché il tema della politica è il futuro, e quello della poesia l’imprevedibile, l’imprevisto, il laterale, il “retro” (come si intitolava una sua memorabile performance ancora conservata su nastro magnetico), dunque alla politica conveniva fare un giro da quelle parti.

Ha sognato, Corrado, ed ha sempre preteso che i sogni fossero l’unica realtà che meritasse d’essere vissuta.

Fino alla fine. Poi si è fermato: anche i fool come Corrado Costa, ogni tanto, hanno bisogno di riprendere fiato.

Ma poi, giurateci, giusto il tempo di trovare il mot d’esprit giusto per convincere la morte che si è trattato di un equivoco, d’un gioco di parole venuto male, e vedrete tornerà e tutti ci accorgeremo del suo sorriso, incredibilmente simile a quello di uno Stregatto, abbagliante.