Ci sono alcuni argomenti che quando sono sollevati, suscitano nella classe dirigente politica e amministrativa di Bologna, una reazione allergica come l’orticaria. Si tratta essenzialmente delle opere pubbliche e dei progetti infrastrutturali, oltre che, negli ultimi anni anche i progetti misti, pubblico-privato che sono entrati, attraverso l’urbanistica contrattata e il project -financing, nel cielo empireo dei dogmi inviolabili, a prescindere dalla loro validità, utilità, dalle ricadute che generano, di solito immediati guadagni per i privati, costi riflessi e molte volte aggiuntivi o vere e proprie “rimesse” per il pubblico.

Bologna da questo punto di vista è stata, come per tante altre cose, nel bene e nel male un vero e proprio laboratorio, si potrebbe perfidamente definire un gabinetto del dottor Caligari, per parafrasare la favola cinematografica del regista Wiene che gioca molto tra realtà, sogno e incubo.

Il suo sviluppo urbanistico-edilizio è stato la contraddizione palmare tra enunciazioni e prassi: la sprawl, ovvero la dispersione edilizia cresciuta a ritmo incessante ha creato una congerie abitativa, laddove i piani soprattutto a livello provinciale, segnatamente il PTCP, avevano disegnato uno sviluppo lineare lungo gli assi dei collegamenti del Servizio ferroviario Metropolitano, non a caso l’infrastruttura meno amata dai vertici istituzionali.

Metrò, Civis, Peoplemover e Passante nord, sono i progetti  contraddittori, quasi metafisici che le menti degli amministratori succedutisi in quest’ultimo quarto di secolo, hanno prodotto senza realizzarli, per dare soluzione alla fame di mobilità che una città esigente e complessa richiede, per la sua caratteristica di polo d’attrazione metropolitano, regionale, nazionale ed anche europeo.

Oggi che “ci si mangia le dita” per la perdita del Motor show, in fuga verso Milano, si dovrebbe fare mente locale su quanto ha inciso nella curva discendente della gloriosa Fiera, tra le altre cause, la perenne congestione stradale e autostradale e la mancanza di collegamenti su ferro  con il centro fieristico, oltre che l’inadeguatezza  dei servizi connessi, alberghi e ristoranti in primo luogo,  ai nuovi standard qualità-prezzo che si ritrovano in altre realtà, soprattutto europee ma anche in Italia e perfino in regione.

Forse questa è veramente l’occasione buona per riflettere su un modello economico, urbanistico e infrastrutturale di città che segna fortemente il passo, per non usare il termine ancor più duro ma forse appropriato di declino.

Purtroppo non piace l’autocritica a nessuna classe dirigente al potere, non piace scavare nella memoria per risalire alle origini dei problemi dell’oggi, non ho mai, dico mai, sentito da uno dei leader più in vista in questo periodo, una frase come: “Ho sbagliato valutazione…dovevamo forse pensarci meglio….” Manco a dirlo! Tutto va sempre bene.

Invece inducono a farle altre autocritiche, questo si molto autorevoli, di alcuni tra i maggiori protagonisti dell’élite professionali: gli architetti Felicia Bottino e Pierluigi Cervellati, con contenuti diversi Mario Cucinella e l’importante Paolo Portoghesi che hanno iniziato un serio dibattito sui limiti e gli errori delle scelte strategiche e specifiche di pianificazione e governo del territorio, in particolare le innumerevoli varianti per l’edilizia e per le infrastrutture che in questi venticinque anni, si sono realizzate a Bologna e in Emilia Romagna.

Si potrebbe considerare un’autocritica tardiva, lacrime da coccodrillo, ma c’è anche il detto “meglio tardi che mai”. E’ sorprendente che però questo dibattito pubblico, iniziato con clamore sulla stampa cittadina, sia rapidamente sopito, senza nessun intervento di personalità politiche a interloquire con gli architetti; è la conferma dell’imbarazzo ma forse soprattutto di disorientamento e mancanza d’idee.

La crisi può essere sempre anche un’occasione per cambiare in primo luogo l’atteggiamento culturale e la predisposizione ad allungare lo sguardo oltre il quotidiano, per trovare soluzioni coraggiose e innovative, al contrario far correre il tempo, aspettando che passi il peggio può essere l’anticamera della fine.

Ora c’è un’occasione importante per un confronto di opinioni qualificato:  venerdì  25 ottobre, alle ore 17.30, presso l’aula A del Dipartimento di Filosofia e Musica, DAMS, in via Azzo Gardino 23, si discuterà del libro dell’architetto Vezio De Lucia, “Nella città dolente” (ed. Castelvecchi), che affronta con lucida passione la storia urbanistica del nostro sfortunato Paese, dai tentativi riformatori del ministro Sullo agli albori del primo centrosinistra, sconfitti dalla potente lobby della rendita, ai disastri edilizi, architettonici, ambientali e umani degli scempi che hanno stravolto il nostro bel paesaggio fino all’era berlusconiana.

Nel libro De Lucia fa un raffronto crudo nei capitoli, da “l’esempio di Bologna” a “Bologna dov’era e non com’era”, sulle mutazioni che hanno contaminato una delle realtà all’avanguardia e meglio amministrate in Italia che subisce i condizionamenti legislativi e dei rapporti di potere fra politica e sistema degli interessi economico-finanziari.

All’incontro interverrà anche l’architetto Pierluigi Cervellati, oltre al fisico Claudia Castaldini di Legambiente e al professor Gino Malacarne, vice presidente della scuola di Ingegneria e architettura di Cesena.