C’è una foto che girava ieri notte, dopo la vittoria della Bosnia sulla Lituania, di una Sarajevo illuminata a giorno dai fuochi: le fiamme non erano quelle della biblioteca della città distrutta dai cannoni della guerra, ma quelle di un popolo in festa per il calcio. Un’immagine straziante che gridava gioia ma che inevitabilmente riportava alla memoria atrocità ancora troppo vicine, nate, si dice, anch’esse a causa di una partita di calcio: il celebre derby tra Stella Rossa Belgrado e Dinamo Zagabria, che fu la scintilla che fece esplodere i Balcani. E così ieri, quando la prima volta nella sua giovane storia la nazionale di calcio della Bosnia si è qualificata per la fase finale di una grande competizione, e con il gol di Vedad Ibisevic, centravanti dello Stoccarda, ha sconfitto 1-0 a Kaunas la Lituania staccando il biglietto per Brasile 2014. Al fischio finale tutti sono scesi in piazza a festeggiare. E quei fuochi di pura gioia si sono sovrapposti indelebilmente alle cupe vampe della guerra che ha devastato il paese, nel disinteresse dell’Europa, futuro premio Nobel per la pace.

Terra di mescolanze etniche e linguistiche, la Bosnia Erzegovina è stata spartita violentemente dai grandi imperi di Occidente e di Oriente, fino a quando dopo la caduta del muro di Berlino la dissoluzione della Jugoslavia socialista ha scatenato l’inferno. La Sarajevo dove convivevano pacificamente le tre religioni monoteiste, la Gerusalemme d’Europa, è stata cinta nel più lungo e sanguinoso assedio della storia moderna europea, e la città d’argento di Sebrenica nel luglio 1995 ha subito il peggior genocidio continentale nell’indifferenza della nascente Unione Europea. A quel tempo Senad Lulic e Miralem Pjanic erano due bambini che tiravano calci a un pallone in mezzo all’inferno. Messi in salvo dalle famiglie scappate rispettivamente in Svizzera e Lussemburgo, oggi sono due talentuosi calciatori di Lazio e Roma che hanno scelto di giocare per la nazione dove sono nati, portandola ai Mondiali.

Come loro anche il portiere Amsir Begovic, dello Stoke City, il capitano Emir Spahic, difensore del Bayer Leverkusen, e il centravanti Edin Dzeko, oggi al Manchester City, che con 10 gol nel girone ha guidato la Bosnia a una qualificazione che per punti 25, e gol 30, è seconda solo al cammino di due superpotenze come Olanda e Germania. A guidare questi ragazzi dalla panchina Safet Susic, talentuoso trequartista che negli anni ’80 giocava nel Psg e nella splendida nazionale jugoslava: una delle squadre nazionali più belle di sempre dissoltasi sotto le bombe della Nato e tra i colpi di mortaio fratricidi. Dopo gli accordi di Daytona e la divisione del territorio, da allora hanno ottenuto qualificazioni mondiali o europee sia la Serbia (prima dell’ulteriore divisione col Montenegro) sia la Croazia e la Slovenia. Mai la Bosnia, che ha perso per un soffio Mondiali del 2010 e gli Europei del 2012, sempre allo spareggio con il Portogallo.

Mai, fino ad ora. “Il paese è afflitto da problemi politici ed economici, che si riflettono anche nel calcio – ha detto nel dopopartita il tecnico Susic -, ma andare in Brasile ci aiuterà. Questa squadra unisce la gente, pochi anni fa mai avresti immaginato di vedere bosniaci, serbi e croati sostenerci. Adesso è tutto cambiato”. E il cambiamento si è avvertito proprio durante i novanta minuti della partita a Banja Luka, seconda città del paese, vent’anni fa enclave serba in guerra intestina contro i musulmani bosniaci e oggi capitale de facto della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina. Al calcio d’inizio tifavano tutti contro la Bosnia, poi col passare del tempo ci hanno preso gusto e si sono riconosciuti nelle facce di Pjanic e Dzeko, del tecnico Susic e del capitano Spahic. E a fine partita, dopo il gol di Ibisevic, anche a Banja Luka i fuochi e le esplosioni erano tutte di gioia per la qualificazione bosniaca.

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