L’uomo del sombrero fatto una volta sola: perché Falcao, come Paganini, non ripeteva. Oggi sono i 60 anni di Paulo Roberto Falcao: il fu Divino, ma soprattutto il più atipico dei brasiliani del pallone. Era il cervello della Roma che nel 1983 vinse il suo secondo scudetto dopo 41 anni di digiuno, sfiorando la Coppa dei Campioni l’anno dopo. L’uomo ovunque (nell’album delle figurine Panini gli attribuivano il ruolo di jolly), che in mezzo al campo dettava i tempi come un direttore d’orchestra, ma che all’occorrenza la buttava anche dentro (22 gol in 107 partite giallorosse).

Arrivò a Roma nell’agosto del 1980. Lo accolsero in 5mila. Ma i delusi non mancavano: i tifosi speravano di ricevere il funambolico Zico, e pochi conoscevano il metronomo biondino dalla faccia e dai modi da europeo, che pure aveva vinto a valanga con il suo Internacional di Porto Alegre. Gli inizi, non a caso, furono difficili. La gente si aspettava colpi di tacco e veroniche da asso brasiliano, ma Falcao non era il tipo. Per lui venivano prima le geometrie, le giocate utili per smarcare un attaccante o riaprire il gioco. Si narra che dopo poche settimane anche i compagni di squadra mugugnassero.

Il tecnico, quel Nils Liedholm profeta della zona, li riunì nello spogliatoio e spiegò che il centrocampista con la maglia numero 5 era un fenomeno: meglio che tenessero la bocca chiusa. Ai giornalisti lo spiegò così: “Falcao usa i piedi come le mani”. L’asso invece rispose con un sombrero di tacco a un avversario (gli fece passare la palla sopra la testa) in una gara all’Olimpico. E dagli spalti furono applausi di liberazione. “Ma non lo rifarò mai più, non sono una foca ammaestrata” informò a fine gara.

Dopo qualche mese, si accorsero tutti di che pasta era Falcao. La sua Roma, con Di Bartolomei libero, Conti sulla fascia e Pruzzo centravanti divenne grande. Anche se vinse tutto sommato poco: un titolo, qualche Coppa Italia. Tanti secondi posti, e quella Coppa dei Campioni persa ai rigori, in casa, contro il Liverpool. Falcao non tirò dal dischetto. E molti non glielo hanno mai perdonato. Se ne andò nel 1985, dopo un brutto infortunio e uno scontro infinito sui soldi con il patron Dino Viola. Lasciò il calcio poco dopo. Da allenatore (anche del Brasile) ha avuto poco successo. Ma importa poco. Il suo pezzo di storia del calcio l’aveva già scritto.