Nel mese di ottobre vengono assegnati i Premi Nobel. Parlare di ricerca ed accademia  in Italia ha il sapore di una veglia funebre dove a bassa voce ci si scambiano i ricordi sullo scomparso e sui momenti migliori della sua vita. In questo post lascio spazio al ricordo di un professore, Vincenzo Vespri, alla notizia del conferimento del Premio Nobel per la Chimica a Michael Levitt che insegna a Stanford. (FS)

“Martina Franca, nel 2000,  il titolo del corso era “Mathematical Methods for Protein Structure Analysis and Design “ e fra i conferenzieri vi era proprio lui  che teneva un corso dal titolo “Bio-informatics and structural genomics”. Io ero al corso per motivi organizzativi (segretario scientifico del CIME, la struttura che organizzava questa scuola estiva) e mi occupavo di tutto altro (regolarità per equazioni differenziali). Ma per pura curiosità iniziai a seguire la prima delle sue 4 ore di corso. Affascinante, chiaro, lucido. Decisi di seguire tutto il corso. Approfittai sia della gita sociale (alle grotte di Castellana ed ad Alberobello) e che della cena offerta agli speakers per invitarlo a Firenze a tenere un corso integrativo.

Qualche anno fa, vi erano dei piccoli stanziamenti in Facoltà, per corsi integrativi. Io ho sempre inteso dei corsi che non avessero la funzione di coprire necessità didattiche, ma corsi che dessero la possibilità agli studenti (e ai ricercatori) di essere messi in contatto con nuove e stimolanti direzioni di ricerca. E chi meglio di Levitt poteva avere questo ruolo? Organizzai per l’Anno Accademico 2000/2001 un corso. Superata qualche resistenza culturale dei Colleghi (ma è Matematica? Un corso senza teoremi da dimostrare?) e grazie all’entusiasmo dei ricercatori più impegnati in ricerche applicate, la mia proposta, infine, passò. Levitt accettò con entusiasmo. I ragazzi lo seguirono entusiasti. Tutti  capirono  che stava iniziando una nuova scienza multidisciplinare con innumerevoli ricadute sia tecnologiche che scientifiche oltre che che sociali. Organizzai anche  un seminario al Polo di Sesto presso i laboratori di Ivano Bertini.

Per quanto riguarda il corso, come dicevo, fu semplicemente affascinante. Una mia studentessa chiese di poter studiare quegli argomenti di bioinformatica e assieme a Bertini organizzai/trovai i fondi per una borsa post-laurea presso il CERM. Ma Levitt non parlò solo di bioinformatica e di protein folding: parlò del sogno Americano, della California e dell’economia basata sulla conoscenza e portò come esempio Google (un  motore di ricerca allora sconosciuto in Italia) e di come la Matematica abbia  la potenzialità intrinseca di interagire con le altre discipline generando posti di lavoro ed opportunità.

Cosa è rimasto di questo corso? Sostanzialmente un mouse (mi arrivò per posta dopo qualche mese, Levitt era rimasto inorridito del mio mouse antidiluviano che si inceppava sempre) e poco più. Dopo il corso di Levitt, tutti i partecipanti avevano intuito il grande potenziale della bio-informatica, delle applicazioni alla genomica, ma già nel 2000  non c’erano più le risorse necessarie per poterci confrontare internazionalmente lanciandoci in grandi avventure…

Adesso non ci sono più neanche soldi per questi corsi integrativi, quindi non  abbiamo più possibilità di brevi corsi sulle ultime frontiere della conoscenza… Ma forse non è un male: vedere come si sta evolvendo il mainstream della ricerca, senza avere le risorse per indirizzare su queste tematiche i nostri ragazzi più brillanti e motivati, forse è molto peggio che non vederlo affatto, vivendo soddisfatti crogiolandoci nelle nostre ricerche e convinti che il mondo della conoscenza sia immutabilmente uguale a quello di quando ci laureammo 30 anni fa”.

Rimane da compiere il pietoso rito della sepoltura, anche se non sarà facile trovare qualche scampolo di terra in questo enorme cimitero chiamato Italia.