Mentre le tragedie si ripetono senza fine nel mare di Sicilia, mi torna in mente quella frase ormai più che ammuffita, che recita che “è meglio insegnare a pescare piuttosto che regalare il pesce”: un classico del marketing del mondo della cooperazione allo sviluppo, un’esca per pescare anime buone, per l’appunto; un po’ come gli occhioni tristi dei bambini africani coperti di stracci sono sempre stati il cavallo di Troia delle organizzazioni che agiscono nell’emergenza umanitaria, oltre che naturalmente dell’Unicef e della concorrenza non-governativa del settore.

Con l’”insegnamento della pesca”, mentre ci facevano sentire più buoni, ci garantivano che i nostri doni (e le nostre tasse) sarebbero stati in buone mani e che potevamo dormire sonni tranquilli, perché grazie ai nostri soldi (ed alla dedizione di competenti funzionari Onu e dei bravi e generosi “volontari” delle Ong), l’Africa si sarebbe sviluppata, gli Africani, “adottati a distanza”, se ne sarebbero potuti restare a casa loro, e soltanto danarosi turisti avrebbero affollato le splendide spiagge di Lampedusa.

Tutto ciò suona tristemente ironico oggi, dopo la morte di tante persone (non certo le ultime, ma solo la punta di un enorme iceberg di giovani sacrificati), mentre appare ormai chiaro a tutti che la promessa non è stata mantenuta, e che al contrario, anche dopo la decolonizzazione della già storicamente abusata, schiavizzata e oltraggiata Africa, gli occidentali (e sempre più anche gli asiatici, i russi, i brasiliani) non hanno mai cessato di saccheggiarne le risorse, oro, diamanti, petrolio, uranio, coltan, terre, uomini, donne, bambini e pesce compresi; e in cambio hanno dato soldi mal spesi, cattivi consigli, progetti falliti, disastri ambientali, debiti, armi, macchine rotte, vecchi computer e montagne di rifiuti.

Forse anche per questo molte piroghe e altre imbarcazioni non servono più ai pescatori di un mare inquinato e depredato, e portano oggi soltanto passeurs e clandestini. E se un tempo gli schiavisti arabi ed europei dovevano comprare gli schiavi dai trafficanti locali, sono gli schiavi stessi, oggi (e le loro famiglie) a pagare profumatamente i trafficanti, perché li portino via con sé e ne affidino le vite al mare ed al capriccio degli umani.

Queste persone, in balia dei flutti in senso proprio, e non solo in senso figurato come ciascuno di noi, non sono solo classici migranti, che lasciano la miseria nei loro paesi alla ricerca di una vita migliore; alcuni di essi sono rifugiati, persone che “temendo a ragione di essere perseguitate per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per le loro opinioni politiche, si trovano fuori del Paese di cui sono cittadine e non possono o non vogliono, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese; oppure che, non avendo cittadinanza e trovandosi fuori del Paese in cui avevano residenza abituale a seguito di tali avvenimenti, non possono o non vogliono tornarvi per via dello stesso timore” [Articolo 1A della Convenzione di Ginevra del 1951 relativa allo status dei rifugiati].

Questa moltitudine oppressa, sovente di origini molto umili, spesso senza istruzione e senza professione, non sa assolutamente, all’origine, a cosa va incontro, figuriamoci se conosce la Bossi-Fini; e quando non soccombe al viaggio, approda in Italia, o altrove, con i vestiti che ha addosso ed una valigia piena di problemi. Queste persone hanno dunque, nell’immediato, un disperato bisogno di aiuto, ed è un nostro preciso dovere darlo loro: altrimenti il reato commesso non sarà certo quello di clandestinità, ma quello ben più grave di omissione di soccorso (e la conseguenza è che annegheremo anche noi, ma nella vergogna); e in seguito, esse debbono essere trattate nel rispetto di leggi umane e razionali, e non demagogiche e buone solo a scatenare guerre tra poveri ed ulteriori insensate sofferenze.

Abbiamo bisogno di leggi e di politiche che permettano non solo di gestire i flussi (e di respingere efficacemente chi entra illegalmente ed i criminali), ma anche di portare a casa nostra sviluppo e lavoro, e promuovere il rispetto dei diritti fondamentali di ciascuno, stranieri come italiani, soprattutto i diritti di quelle persone che appartengono alle categorie più svantaggiate e vulnerabili nel nostro paese, e che a giustissimo titolo chiedono, in questo difficile momento, lavoro in condizioni eque (e non svalutato da logiche di sfruttamento mafioso di questi nuovi schiavi senza diritti); sicurezza; previdenza sociale e servizi pubblici funzionanti, in cambio delle tasse che pagano.

Ma tutto ciò sembra oggi addirittura impossibile in Italia, non solo per colpa di una legge feroce e vana come la Bossi-Fini, ma in generale per via di uno Stato sempre meno all’altezza ai suoi compiti, in un paese violentato, smantellato ed impoverito, sequestrato da una classe di affaristi, scherani, furbetti e cortigiani senza dignità, cultura né umanità, che manipola e istupidisce una popolazione sempre più angosciata e smarrita, incline alla rabbia e moralmente incapace di una vera reazione, inibita da media spietati, al servizio di interessi economici e giochi di potere, che non informano, anzi che impediscono alle persone di pensare, di ragionare, stimolandone gli istinti più bassi, sdoganando la più oscena viltà intellettuale, e disumanizzandole, se la mole di sofferenza che vediamo crescere intorno a noi, poco importa la nazionalità di chi sta soffrendo, ci spinge solo a cercare di salvare la nostra pellaccia.

Perché per salvarla, amaramente, anche i nostri figli di nuovo emigrano, e sono i nostri giovani migliori, non più i braccianti analfabeti di cento anni fa, ma individui formati a caro prezzo nelle scuole, negli istituti e nelle università di un paese che, anche se ora in decadimento (un decadimento che investe però tutto il continente europeo, non certo solo l’Italia), è pur sempre stato, fino a pochi anni fa, uno dei più sviluppati del mondo.

Ma oggi i pochi giovani rimasti di un paese che è ormai l’ombra di sé stesso, lasciano le loro famiglie, il loro territorio, e cercano un futuro altrove; e mentre litighiamo fra di noi, mentre orridi “cattivismi” e ipocriti “buonismi” si contrappongono tanto aggressivamente quanto sterilmente nell’era post-ideologica e settaria in cui viviamo, e più nessuno sembra usare il cervello, il rischio è che tra poco non ci sarà più né pesce, né più nessuno vivo qui a cui insegnare a pescare.