“C’è chi corre sperando di salvare una vita, ma c’è anche chi fa jogging schivando i cadaveri nell’indifferenza più totale”. Questo è il commento del Tg1 delle 20 del 1 ottobre 2013 (24′ dall’inizio).

Ho guardato più volte il filmato in cui si intravede il jogger in pantaloncini e pettorina neri, per cercare di comprendere quello che potrebbe sembrare il cinismo di un’unica persona, ma sempre più mi sembra che questa inquietante figura rappresenti il simbolo incarnato dell‘”indifferenza globalizzata“. La parola “indifferenza” ha un’accezione moralistica, indica un maggiore interesse verso se stessi piuttosto che verso gli altri, ma ci dice poco sul modo in cui questo sentimento viene costruito nella nostra mente. Fra i mille fattori influenzanti ve ne sono due a cui darei un posto rilevante: l’esperienza per immagini e il potere confondente dello zapping. Le immagini, sempre più presenti nella nostra vita fin da quando siamo piccolissimi, sono direttamente fruibili, ci avvolgono, ci trascinano al loro interno, ci permettono un’esperienza sensoriale immediata, con il vantaggio/svantaggio di evitare la fatica dell’elaborazione e dello sviluppo della fantasia, che la lettura esige. La sera, quando mangiamo con la televisione accesa, possiamo avere accanto una miriade di personaggi, da quelli più importanti ai paria della società. Possiamo invitarli e congedarli a nostro piacimento, sceglierli o evitarli, mescolarli in quantità variabili, con un piccolo movimento del nostro dito sulla più “surmoderna” bacchetta magica della storia, il telecomando. La realtà, già interpretata dall’operatore e arbitrariamente proposta dalla regia, si confonde ulteriormente nella virtualità dell’esperienza casalinga. Possiamo passare dalle zone di guerra viste in tempo reale, dove i traccianti dei missili assomigliano più a fuochi di artificio che a vere e proprie bombe, alle gag demenziali intramezzate dai consigli  per gli acquisti, dagli ultimi luoghi incantati della terra dalla flora lussureggiante e dalla fauna variopinta, ai talk show violenti e stereotipati, centrati sulla tecnica della comunicazione conflittuale più che sulla bontà dei contenuti. E’ difficile capire fino in fondo la differenza fra quel manichino sanguinolento su un finto tavolo di obitorio e quel corpo vero, venuto ad annegarsi a un passo da noi, o lacerato dall’esplosione di un kamikaze in una strada irakena o afgana. La possibilità di cambiare le scene a nostro piacimento influenza il nostro modo di pensare e ci riscatta dall’impotenza dell’essere in un mondo che ci vede sempre meno protagonisti. Un eccesso di eventi simultanei, un flusso incalzante, confuso, difficilmente pensabile, estraneo, tende ad accumularsi nel presente.

E allora se in quella bella giornata di fine estate, mentre corro tranquillo sulla spiaggia di Scicli, improvvisamente, nel maxischermo della realtà compaiono, un barcone arenato, corpi irrealmente immobili, gente che si affaccenda, urla, rumori, pianti, forse mi illudo che basta spingere ancora una volta un tasto, o andare un po’ più in là, perché quelle immagini dolorose possano lasciare il campo a immagini diverse, emotivamente neutre, fino a credere che le prime siano state una sorta d’invenzione. La coscienza si difende come può, abnegazione e indifferenza possono essere espressione di una coercizione interna, rimane una parte più o meno grande di libero arbitrio che dovremmo cercare di educare, individualmente e collettivamente, ad una autentica reciprocità.