Quest’anno il Nobel per la pace è andato all’Opac, l’organizzazione per la proibizione delle armi chimiche che da sedici anni sovrintende all’attuazione della Convenzione di Parigi del 1993 che bandisce la produzione e l’uso di tali armi e che attualmente sta monitorando per conto dell’Onu il processo di distruzione degli arsenali chimici in Siria. Sul terreno ci sono attualmente 27 ispettori, destinati a salire a un centinaio nei prossimi mesi: il loro non facile compito è quello di accertarsi che tutti le scorte di agenti chimici custodite sia dal governo che dalle forze ribelli vengano distrutte entro l’estate prossima. Dal buon esito del lavoro dell’Opac dipende il destino della Siria, su cui continua a pendere come una spada di Damocle la minaccia di un intervento armato da parte di un altro premio Nobel per la pace, il presidente Usa Obama.

Oggi questa organizzazione, che ha la sua sede a L’Aja e riunisce 188 paesi, è sotto i riflettori per il suo impegno in Siria, ma è da anni che l’Opac lavora per promuovere e monitorare il rispetto del trattato internazionale sulle armi chimiche da parte dei paesi firmatari. La maggior parte del lavoro svolto in questi anni è stato fatto negli Stati Uniti e in Russia, i due maggiori produttori e detentori di arsenali chimici del mondo. L’Italia, che ha ratificato Convenzione di Parigi nel 1997, fa parte dell’Opac sin dalla sua nascita e siede al consiglio esecutivo, organo decisionale a composizione ristretta (41 membri). Ma il principale contributo che il nostro Paese fornisce all’organizzazione per la proibizione delle armi chimiche è la formazione degli ispettori, che dal 1998 avviene presso il Centro tecnico logistico interforze per le armi nucleari, chimiche e batteriologiche (Cetli Nbc) di Civitavecchia.

Questo centro, molto apprezzato all’estero per tale attività formativa, è anche il sito dove dalla fine degli anni ’80 viene materialmente distrutto non solo l’abbondante arsenale chimico italiano di epoca fascista, ma anche tutti i residuati bellici chimici che americani e tedeschi hanno lasciato nel nostro Paese, soprattutto in fondo ai nostri mari, al termine della Seconda guerra mondiale. Tonnellate di sostanze tossiche (iprite, arsenico, fosgene) neutralizzate con un procedimento chimico che produce altrettante tonnellate di scorie impastate in blocchi di cemento abbandonati nei boschi: un grave problema che ora la Difesa vorrebbe risolvere con un inceneritore.