Il sovraffollamento delle carceri italiane porta alla mancanza di spazi minimi di vivibilità per i detenuti e, secondo la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che ha condannato l’Italia,“il livello di sovraffollamento in un carcere, o in una parte particolare di esso potrebbe essere tale da essere esso stesso inumano o degradante da un punto di vista fisico”.

Lo stesso problema affligge da anni la California e il 23 maggio 2011 la Corte Suprema degli Stati Uniti ha deciso in favore di una sentenza di una corte federale del 2007 che ordinava al governatore Jerry Brown di risolvere entro due anni il problema dell’affollamento delle carceri, in quanto le condizioni dei detenuti violavano i diritti garantiti dall’Ottavo Emendamento, che parla di “cruel and unusual punishment”.

La Cedu e la Corte californiana hanno posto dei termini entro i quali la questione va, in un modo o nell’altro, risolta. Risulta quindi interessante confrontare i tentativi progettati o messi in atto nei due paesi e analizzare i motivi alla base di orientamenti diversi o, addirittura, opposti.

In California, il governatore Brown si trova di fronte a scelte che avranno dirette conseguenze sulla sua situazione personale: se non ottempererà a tutte le prescrizioni della Corte, riducendo la densità dei detenuti nei termini stabiliti da una recente proroga, sarà incriminato per oltraggio. D’altra parte, se varerà qualcosa di simile a un indulto o ad una amnistia, potrà rinunciare ad un altro mandato per sé o per il suo partito perché, nella sua campagna elettorale del 2010, aveva promesso di risolvere il problema delle carceri non liberando i detenuti, ma aumentando la capienza degli istituti.

L’impegno aveva tranquillizzato il potente sindacato delle guardie carcerarie, preoccupate all’idea di perdere benefici e posti di lavoro, e quindi indotte a finanziare la campagna elettorale di Brown con un assegno piuttosto consistente. Per sovrappiù, dopo l’elezione, i finanziamenti delle corporations che controllano le carceri private si sono spostate in parte sui politici democratici al governo, dai quali si aspettano qualche appalto.

Insomma, in California, non c’è posto per altre soluzioni che prevedano depenalizzazioni o il rilascio di detenuti, nemmeno di quelli ritenuti inoffensivi come i più anziani e malati o quelli che hanno commesso reati particolarmente lievi, perché il carcere è un business per troppi elettori e finanziatori e, di conseguenza, per i politici. Dunque più carceri e, siccome non ci sono tempo e denaro per costruirne di nuove, vanno bene anche le carceri delle contee e quelle private esistenti in California o,  se solo la Corte lo permettesse, addirittura in altri Stati.

In Italia pare invece che non esistano altre vie per svuotare le carceri che non siano indulti o amnistie. Il Parlamento sembra sordo a proposte sensate come quelle del procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Nicola Gratteri che ieri mattina, a Radio 24, chiedeva che cosa hanno fatto i politici per risolvere il problema dopo l’indulto del 2006, e perché sono state chiuse le carceri di Pianosa e dell’Asinara dove potevano stare i detenuti del 41 bis, e perché in questi anni non sono stati fatti accordi bilaterali con Paesi come la Romania e la Tunisia per trasferire nella galere patrie i detenuti stranieri, che in Italia sono ben ventimila, visto che in Romania e Tunisia, che sono prevalentemente i paesi d’origine dei detenuti nelle carceri italiane, il mantenimento in galera costa 10 euro al giorno, contro i nostri 300, e perché non si cerca di recuperare i tossicodipendenti in comunità terapeutiche, invece di rinchiuderli in carcere.

No, ai politici italiani piace l’amnistia, tanto da far venire il sospetto che qualche motivo di carattere personale debba esistere anche per loro.