C’è un culto montante della buona cucina e  del buon vino, cosa parecchio paradossale se rapportata alla congiuntura sociale ed economica in cui viviamo. Una sensibilità crescente verso il buon vivere, nei tanti modi in cui questo si declina, nelle tante forme in cui si configura: gusto, belle cose, eleganza, classe, tutti valori che disegnano una costellazione di punti interconnessi tenuti insieme dal principio edonistico del godimento.
E fin qui tutto bene. Tutto condivisibile, almeno fino a quando non funziona come elemento alienante che distoglie dalla realtà e dalle sue pressioni.

Ciò che sembra meno condivisibile è la propaggine “esoterica” del fenomeno, vale a dire quell’area rarefatta e mistificante in cui il talento degli addetti ai lavori – i grandi chef e i grandi sommelier – si esercita su sfumature olfattive e palatali assolutamente irraggiungibili alla maggior parte del genere umano. Sentire discettare sugli infiniti odori e sulle infinite essenze rintracciabili in un vino, a spiegare – spesso con dotti riferimenti – la differenza fra un prodotto e un altro o – ancora più inquietante – fra un prezzo e un altro, suona come cosa affascinante su un piano accademico ma lontana sideralmente dalla possibilità di esperienza di quasi tutti coloro i quali consumano quei prodotti.

Assumiamo che si possa affinare fino all’infinitesimo la capacità di discernimento olfattivo (come nei profumi) o del gusto (come nel cibo o nel vino). Che si possa giungere a un livello inimmaginabile di destrezza percettiva. E tuttavia ci chiediamo: ma a che serve? A giustificare il fatto che esistano prodotti il cui divario merceologico sia tale da spaccare in due l’universo della clientela? Gli acquirenti “normali” e quelli “vip”?

La sensazione è spesso che di discetti sul nulla  o poco più, presi nella morsa di una consapevolezza disarmante che per godersi al meglio un buon pasto possa bastare pasteggiare con un buon vino da 15 o 20 euro, mentre si capisce meno come il godimento possa aumentare esponenzialmente quando ci si avventura nella categoria dei prodotti da 1000 euro o più!

Non è molto diverso da ciò che succede nel mondo dell’alta fedeltà. Chiunque abbia un po’ di buon senso sa che la differenza fra un impianto hifi che costa 10.000 euro e uno che ne costa 100.000 comporterà un incremento qualitativo nell’ordine dell’1% (sempre fidandosi dei giudizi sacrali degli addetti ai lavori).

Quando arrivò il Cd, a metà degli anni 80, molti audiofili storsero il naso per il suono artificioso e freddo del digitale, di contro alla musicalità e al calore del vinile. Vero, almeno all’inizio del suo avvento. Ma è anche vero che improvvisamente gente che fino ad allora aveva sentito la musica con lo stereo di Selezione del Readers Digest (!), con la stessa cifra o poco più aveva la possibilità di acquistare una sorgente capace di restituire un ascolto pulito, ad alta dinamica, definito.
E che dire dell’enorme qualità degli attuali lettori  digitali (Ipod in testa) rispetto ai portatili cd degli anni 90. Nonostante la compressione dei files e la estrema compattezza dell’hardware.
Esistono macchine analogiche da svariate centinaia di migliaia di euro: è tutto in scala. Se avete in banca molti milioni che ve ne frega? Vi concedete questo ed altri sfizi! Ma per favore, smettetela di pontificare!

Sandro Vero

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