Una politica tanto più rissosa quanto più immobile, ripiegata su se stessa, sorda ai veri interessi che dovrebbe rappresentare”. A parlare non è un paladino dell’antipolitica, ma il democristianissimo premier Enrico Letta nel chiedere la fiducia al Senato, il 2 ottobre scorso. Difficile dargli torto, almeno in questo. Impossibile riconoscere un qualsiasi progetto di lungo andare o una visione del futuro dietro alle quotidiane tribolazioni della politica all’italiana. A colpire è piuttosto l’impasto di miopia, inconcludenza e malafede con cui questa oligarchia sembra gestire la cosa pubblica come un affare privato, in una bolla di autoreferenzialità. Uno scenario desolante, dove nelle macerie del Pdl l’inquisito per corruzione Formigoni, ancora a caccia di ricevute per le allegre vacanze tropicali, si contrappone al condannato (in primo grado) per corruzione Fitto così da appropriarsi delle spoglie del partito che fu del condannato per frode fiscale (almeno lui in via definitiva) Berlusconi.

Mai come oggi l’orizzonte temporale della politica italiana si restringe. Ormai si contano i giorni, quelli che separano il Cavaliere dall’espiazione della pena. Al più i mesi, quelli restanti prima che scatti la seconda rata dell’Imu o si tenga il congresso del Pd – due eventi da molti considerati in pari misura calamitosi. Del resto i politici italiani sono lo specchio fedele dei meccanismi di selezione della classe dirigente, che da tempo premiano principalmente il servilismo dei portaborse e la propensione affaristica dei faccendieri, se non altre qualità nascoste, di solito affinate durante “cene eleganti”.

Eppure questa politica debolissima, a picco nel discredito popolare, sembra di tanto in tanto riscuotersi per mostrare i muscoli. Guarda caso, questo accade quando si presenta l’occasione d’imbandire l’ennesima mangiatoia di Stato, grazie alla manna della Tav Torino-Lione, o della fornitura di cacciabombardieri F-35. A dare energie insospettate a una politica esangue è in questi casi la spinta sotterranea del partito unico degli affari, l’oscura cabina di regia delle “cricche” che ingrassano depredando il bene comune, i soli centri di potere in grado di pianificare e smuovere montagne – o meglio perforarle e cementificarle – a proprio vantaggio, se serve anche militarizzando la Val di Susa.

Purtroppo c’è di peggio. La stessa oligarchia capace d’assecondare l’ascesa politica di figure della levatura di un Razzi o di uno Scilipoti – e meno celebri emuli bipartisan – rischia adesso di ergerli al ruolo di Padri Costituenti.

C’è da chiedersi perché una politica tanto screditata stia pervicacemente perseguendo propositi di palingenesi costituzionale, ribaditi da Letta nella sua orazione pro-fiducia alle Camere. Le ragioni sono almeno due. La prima ha una valenza autoassolutoria. Nel discorso pubblico la “vecchia” Costituzione – di “ispirazione sovietica”, Berlusconi dixit – è diventata il capro espiatorio che emenda questa classe politica da tutti i suoi peccati. E’ colpa soprattutto dei troppi vincoli posti dalla Carta all’azione di governo – si dice – se ci troviamo sull’orlo della bancarotta finanziaria – per quella morale ormai è tardi.

E qui entra in gioco un’altra motivazione. La direzione prefigurata del cambiamento costituzionale è infatti coerente con un disegno di “razionalizzazione” dei meccanismi di governo a profitto del partito unico degli affari. Esecutivo forte, Parlamento di fatto al guinzaglio, mordacchia alla magistratura: un modello che rischia di tradursi – viste le qualità morali esibite da ampi segmenti della classe politica – in una “cricca della Protezione civile” all’ennesima potenza, senza più nemmeno il baluardo dell’indipendenza dei giudici, caratteristica che ci è invidiata – ed è cosa rara per l’Italia – in tutta Europa.

Forse la brama odierna di buttare via la Costituzione come un vecchio arnese riflette anche la consapevolezza (e la preoccupazione) di come quel testo abbia in sé le potenzialità, se tradotto in pratica corrente, di diventare il più potente baluardo anticorruzione. Basti pensare alla portata rivoluzionaria del dovere di adempiere con “disciplina e onore” le funzioni affidate agli amministratori pubblici (art. 54), ai principi di imparzialità e buon andamento dell’amministrazione, cui si dovrebbe accedere per concorso (art.97). Parliamo di veri concorsi, nel paese dove anche persino i rettori si “prosternano” e si mettono “a disposizione” del politico in carriera per assicurare un 30 al raccomandato di turno.

No, non è la nostra Costituzione il problema, ma la rimozione chirurgica delle sue scomode disposizioni dalla prassi politica e dall’etica pubblica. Una ragione ulteriore, tra le molte altre, per scendere in piazza il 12 ottobre a Roma. Non soltanto per difendere la Costituzione e il bene comune dall’assedio del partito unico degli affari, ma soprattutto per reclamarne – finalmente – una piena e coerente applicazione.