Un figlio adolescente è a volte quasi uno sconosciuto che ci si ritrova in casa, uno sconosciuto che, quando le cose non vanno bene, fa di tutto per non farsi conoscere, per non attivare le reazioni familiari. Forse anche per questo capita che i genitori non si accorgano della sua sofferenza, quella che può portarlo a gesti impulsivi, incontrollati. Magari mentre sono anche impegnati in questioni importanti: il lavoro, i ritmi frenetici, le preoccupazioni per i conti che non tornano, meno che mai negli ultimi tempi…

Quando ci sono grandi preoccupazioni, puo’ “far comodo”, non vedere. Se il figlio dice che va tutto bene non ci si sofferma troppo a osservare che a questo corrispondano i fatti: un profitto scolastico accettabile, relazioni con i coetanei e uscite con loro presenti, una comunicazione in famiglia sufficiente, la presenza di una ragionevole, fisiologica, oppositività. Va detto che l’adolescenza per le sue caratteristiche intrinseche è considerata una fase evolutiva ad alto rischio di acting out, di cui il suicidio ne rappresenta l’apice.

Un ragazzo che si toglie la vita per qualsiasi motivo lo faccia, lascia impietriti, esterrefatti. E’ il dramma di tutti. Roberto, Andrea, Carolina, soffrivano e non avevano trovato un luogo protetto in cui esprimere la loro sofferenza, così se ne sono andati. Se un adolescente non si racconta alla famiglia, deve avere le sue ragioni: l’aspettativa di non essere accettato, di essere rifiutato o comunque di deludere le aspettative. Una reazione avversa puo’ sempre capitare, come quando un figlio fa scelte opposte al parere dei genitori. Superato il momento c’è il recupero, si capiscono le ragioni ecc…

Magari i loro genitori non erano così rigidi, ma loro non si sono sentiti di metterli alla prova. E se o quando invece rigidi lo sono davvero, perché lo sono? Per la paura per l’immagine sociale. I figli sono una parte di sé e partecipano alla costruzione e al mantenimento di quell’immagine. Per il senso di perdita di un’idea di figlio che non esiste e dei progetti fatti su di lui, come anche per la disillusione di raggiungere attraverso di lui obiettivi personali mancati. Per la vergogna e per la colpa di aver generato figli “diversi”. Insieme all’ignoranza, che fa a volte equiparare la diversità alla malattia quando non alla perversione. Per il senso di colpa e impotenza di fronte alla loro sofferenza… Per la paura di vederli isolati. O semplicemente per la convinzione che la rigidità sia educativa. A volte per l’insieme di tutte queste cose, anche se quello che si vede da fuori puo’ essere solo durezza.

Certo non pesa tutto sulla famiglia. A 14 anni il parere dei coetanei è tutto, è la base su cui appoggiarsi nel passaggio dalla dipendenza familiare all’autonomia, se il rapporto con loro non funziona, viene a mancare un ponte verso il futuro. I coetanei sono i primi con cui un ragazzo o una ragazza si raccontano. E’ un momento delicato in cui è importante che le cose filino lisce. Qualche volta capita invece che non ci siano compagni disposti ad ascoltare o che quelli che ascoltano, reali o virtuali che siano, abbiano bisogno di farsi forti delle debolezze degli altri, e utilizzino male le confidenze ricevute.