Massimo Omeri è uno dei migliori maestri di scherma al mondo. Ha allenato Giovanna Trillini e Andrea Cassarà, con cui ha vinto medaglie olimpiche, mondiali, europee. La grande scuola del fioretto italiano è anche lui. Fino a ieri. Dal primo novembre non più: ha deciso di lasciare l’Italia, andrà a lavorare a Hong-Kong. “Il perché è semplice” spiega al fattoquotidiano.it. “Sono stufo di essere considerato un dilettante, nonostante abbia dedicato la mia vita a questo sport e conquistato risultati straordinari. Questa qualifica noi ce la portiamo dietro in tutto. E’ arrivato chi mi offre di meglio”. La piccola regione cinese cercava un grande tecnico per rilanciare la propria scuola schermistica. “Ho fatto colloqui e interviste di lavoro all’Hong-Kong Institute, ho vinto, mi hanno selezionato fra tanti. Vado in un posto dove finalmente verrò riconosciuto per il professionista che sono. Nel mio Paese non avevo nulla”.

Perché in Italia può capitare che anche l’allenatore di un campione del mondo sia, in fin dei conti, un precario. Omeri aveva un semplice contratto di collaborazione con la società Scherma Brescia, da rinnovare ogni anno. A cui si aggiungevano i gettoni di presenza in nazionale. “Una condizione di instabilità cronica: si finiva per combattere fra colleghi per un giorno di convocazione, per guadagnare una manciata di euro in più. Non è dignitoso”. Adesso la sua carriera svolterà: “A Hong-Kong guadagnerò 4-5 volte quanto percepivo in Italia”. E’ stato assunto come direttore del Fencing Department, con un contratto di due anni rinnovabile automaticamente, e la prospettiva di preparare due cicli olimpici. “Sarò il capo degli allenatori, dovrò far crescere i giovani e gli stessi tecnici”.

Hong-Kong non è una nazionale di vertice (la squadra più forte, quella di fioretto femminile, è tredicesima al mondo) ma ha un progetto convincente: “Forse non vincerò nulla, ma lavorerò perché possano farlo quelli che verranno dopo di me. Avrò tempo, mezzi e serenità per lasciare un segno. Una mentalità che in Italia abbiamo perduto da tempo”. Certo, partire non è stata decisione indolore. “Lascio lo schermidore più forte del mondo (Andrea Cassarà, nda), un talento che io ho contribuito a far crescere: spero che possa abbracciare un altro tecnico e arrivare a Pechino in condizione di vincere”. Soprattutto, Omeri lascia la sua vita: “Mia moglie e i miei figli non mi seguiranno, almeno non subito. Ma lo faccio per loro: a 48 anni ho vinto tante medaglie ma non ho costruito niente di solido per la mia famiglia”.

Del resto, non è il primo a fare questa scelta. Né probabilmente l’ultimo: per commentare il suo addio, il presidente della Federscherma Giorgio Scarso ha parlato di “emorragia di tecnici” di fronte a cui la federazione è “impotente”. La scorsa estate, infatti, anche Giovanni Bortolaso (allenatore di Arianna Errigo) e Stefano Cerioni (ct della squadra di fioretto) avevano scelto di emigrare (rispettivamente verso le più ricche Germania e Russia). “Le ragioni sono le stesse per tutti. Meriteremmo di essere trattati come i colleghi del calcio o del basket, anche perché siamo i migliori, lo dicono i risultati. Qualche titolo sui giornali ogni quattro anni, quando alle Olimpiadi ci si ricorda di noi, non può bastare”. Omeri non rinfaccia niente a nessuno, né alla sua società né alla federazione, “dove sono cresciuto e per cui ho profonda riconoscenza”.

Il problema è a monte: “Il sistema del dilettantismo non funziona più, la fuga è inevitabile. E la grande scuola della scherma italiana sono gli atleti ma siamo anche noi maestri. Se le cose non cambieranno, l’Italia è destinata a perdere il suo primato”. Adesso comincia una nuova vita, in un nuovo mondo. Le barriere della lingua, la diversità di clima e cibo, la lontananza dalla famiglia non lo hanno fermato. “E’ un grande sacrificio, ma dimostra quanto la mia scelta sia sofferta e obbligata. Spero di poter tornare un giorno, ma lo farò solo se ce ne saranno le condizioni”, conclude Omeri. “Arrivato a 50 anni, e dopo aver dimostrato il mio valore, è giusto pretendere di avere una dignità professionale. Avrei voluto che ciò accadesse in Italia, purtroppo non è stato possibile. Ma va bene così”. Hong-Kong lo aspetta.

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