Il teologo svizzero Hans Kung sta meditando una ultima sfida alla dottrina della Chiesa cattolica proprio nei giorni in cui, anche in Italia, torna di attualità il dibattito sul fine vita e la sua regolamentazione per legge, dopo il caso del regista romano Carlo Lizzani, morto suicida a 91 anni lo scorso 5 ottobre. Lo studioso, a cui nel 1979 il Vaticano ha vietato di insegnare teologia, non vuole finire come Giovanni Paolo II (morto il 2 aprile 2005 a seguito di una lunghissima malattia, le cui ultime parole sono state “lasciatemi andare alla casa del Padre”, ndr) e sta pensando di ricorrere al suicidio assistito per porre fine alla sua vita. Kung, infatti, ha 85 anni e, come Papa Wojtyla, è malato di Parkinson allo stadio avanzato: “Non voglio continuare a vivere come l’ombra di me stesso“, ha scritto nell’ultimo volume delle sue memorie di cui stralci sono stati pubblicati in Europa e negli Usa.

“Nessuno è obbligato a soffrire l’insopportabile come qualcosa che è mandato da Dio – afferma Kung – La gente deve poter decidere da sé e nessun prete, medico o giudice può fermare questa libertà di scelta“. La morte liberamente scelta, secondo il teologo che ha insegnato a Tubinga fin dagli anni Sessanta, non è omicidio, ma “una restituzione della vita” o un “ritorno della vita nelle mani del Creatore”.

Per Kung, che cita come esempi da evitare di “sofferenza insopportabile” la lunga agonia di Wojtyla e del pugile Mohammed Ali, entrambi colpiti dalla sua stessa malattia, il suicidio assistito è compatibile con la fede perché porta alla vita eterna: “Quanto potrò ancora vivere con dignità?”, si chiede Kung che ancora nuota tutti i giorni ma sta perdendo la vista e la capacità di scrivere a mano i suoi libri: “Cos’è uno studioso che non può più leggere o scrivere?”.

Il suicidio assistito è legale in solo pochissime nazioni: Svizzera, Belgio, Olanda, Lussemburgo e in quattro Stati americani. Nel libro “Erlebte Menschlichkeit” (Experienced Humanity), Kung afferma che preferirebbe una morte improvvisa, dal momento che questo gli eviterebbe di dover prendere una decisione attiva. Ma se dovesse invece scegliere di morire, lo studioso non vorrebbe farlo in un “triste e tetro” centro per suicidi assistiti, quanto piuttosto circondato da amici e colleghi nella sua casa di Tubinga o in Svizzera, a Sursee.