Sì, ma Enrico Letta chi è? Non intendo discutere la persona, che è una brava persona, con buoni studi e buoni maestri. Ma il criterio è che, se scarti il segretario di un partito che non è in grado di formare un governo, come ti regoli dopo? Scegli il vicesegretario e così via, oppure c’è qualcosa di speciale che guida i rabdomanti verso Letta?   

Infatti, a turno, capannelli di persone stimabili si riuniscono per dirci: “Questo Letta va bene”. A confronto con chi? In base a quale criterio? Certo, sa l’inglese, e non è poco, nella politica italiana. E dobbiamo ammettere che ha un tratto anche più insolito, in questa politica: è gentile, ti saluta, e vi assicuro che questa piccola abitudine non è affatto comune, nei corridoi del nostro Parlamento. Tutto bene, ma da dove discende una così condivisa primogenitura? Volendo allargare il materiale per risolvere il quiz, ci si potrebbe soffermare a ripensare due piccoli episodi avvenuti nelle ore della vittoria del citato Letta al Senato e alla Camera.   

Il primonel momento in cui Berlusconi fa la mossa di arrendersi – è quello stringersi la mano di Letta e Alfano sotto il banco del governo, scambiando un sorriso sodale (ma anche giovane, allegro, fraterno) e intanto sillabando sottovoce (Letta ad Alfano) “grande. Qui ci troviamo di fronte a un legame che è andato molto al di là di una alleanza politica forzata dalla drammatica circostanza di non lasciare l’Italia senza governo. L’altro episodio è quando il capo dello Stato dice “abbiamo vinto una sfida”. Ma di chi? Contro chi? In che senso questa sfida (un voto alle Camere) coinvolge il presidente della Repubblica? In che modo si stanno ridisponendo i pezzi del gioco? Ma proviamo a vedere se viene un po’ di luce tentando di rispondere alla domanda: qual è la missione? Come nel thriller The Bourne Identity, nel corso dell’avventura cambia l’identità del protagonista. Prima era una persona nuova, ma con una qualche esperienza di governo, che avrebbe occupato in modo non troppo vistoso il posto di numero uno in modo da non squilibrare troppo il numero due Alfano (ripagato, comunque, con due posizioni) alla guida di un drappello di persone caute, provenienti da una parte e dall’altra, per far fronte all’emergenza. Dunque missione breve, per la quale erano richiesti toni soft, tiro preciso e pochi bersagli.   

Improvvisamente ci troviamo di fronte a questo cambiamento: Enrico Letta è l’unico, il suo governo non può essere sostituito o cambiato con un altro governo. Non è più una buona soluzione. È l’unica risposta possibile – lui e le persone che lo accompagnano – alla crisi che ci circonda, ma anche alla domanda di riforme del Paese. Le stesse fonti che, anche da lontano, anche dalle agenzie di rating, ci avvertono, continuamente e malignamente, che il pericolo perdura, tengono ad aggiungere che il governo Letta è l’unico che può portarci (o tenerci) sul giusto percorso. E lo fortificano avvertendoci: siete ben lontani dall’essere arrivati alla soluzione. Questa strana situazione, confermata anche dal presidente della Repubblica e dai migliori commentatori politici del Paese, non è mai seguita da una spiegazione, come accadeva per il prof. Monti e il suo illustre curriculum di economista noto nel mondo. La risposta a tutti i nostri problemi è Letta e basta. Ti viene fatto capire che discuterne è fastidioso, ma anche inutile. Misteriosa non è la persona ma l’unicità del ruolo e il riserbo sulla missione. Si deve tenere testa alla crisi, va bene. Ma dove porta il viaggio guidato e da non discutere? Quali istruzioni sono state date al capo gita?   

Intanto è cambiato l’equipaggio senza che alcuno, dal secondo ufficiale al mozzo, sia sbarcato o sia stato sostituito. È cambiato, come dire, dentro di sé. Adesso abbiamo un governo stabile né di destra né di sinistra, né conservatore né progressista, né PdPdl, né con Berlusconi né contro Berlusconi. Occasionalmente il Pdl di lotta e quello di governo si scambiano i ruoli, come nella difesa di Berlusconi nella Giunta delle Immunità del Senato. Oppure tipi come Alfano diventano due persone nella stessa occasione. Il vicepremier torna da Lampedusa, si presenta alla Camera, e nella prima parte della frase grida “vergogna!” come il Papa, e nella seconda definisce una “stupidaggine” cancellare la legge Bossi-Fini. La domanda resta, ingombrante. Chi sono? Che cosa vogliono? Dove ci portano? Seguendo quale mappa? Disegnata da chi? E perché, pur non essendo stati votati (non in questa formazione) sono quelli giusti, indispensabili, unici?

Il Fatto Quotidiano, 6 Ottobre 2013