Cuba riapre allo sport professionistico: il governo guidato da Raul Castro ha deciso che gli atleti potranno tornare a ricevere compensi per la loro attività sportiva, e avranno facoltà di trattenere l’80% dei premi guadagnati nelle competizioni internazionali. Ma, soprattutto, potranno firmare contratti con società estere, anche americane. Per l’isola caraibica si tratta di una vera e propria rivoluzione: il professionismo sportivo era stato abolito nel 1961, due anni dopo la rivoluzione castrista, e da allora gli atleti erano inquadrati dal governo come veri e propri impiegati statali, con un salario superiore alla media nazionale, ma comunque irrisorio rispetto alle cifre milionarie guadagnate dai colleghi del resto del mondo.

Adesso con la riforma annunciata dal periodico Granma (l’organo ufficiale del comitato centrale del Partito comunista) la situazione dovrebbe migliorare: gli stipendi cresceranno, come anche i bonus e i premi sportivi; ad esempio, alla squadra che vincerà il massimo campionato locale di baseball (sport nazionale del Paese) andranno 2700 dollari (somma notevole in confronto ai 15 dollari di stipendio medio mensile). La grande novità, però, sarà la libertà di andare a giocare all’estero (ed in particolare negli Usa). Sogno proibito degli atleti cubani, tanto da determinare una vera e propria fuga di giocatori dall’isola, diventata sempre più massiccia col passare degli anni. Il primo a ‘disertare’ – perché fino a ieri andare a giocare negli Usa significava lasciare per sempre il proprio Paese e la propria nazionale, ed essere condannati ad una sorta di damnatio memoriae – fu Rogelio Alvarez nel lontano 1963.

Poi il fenomeno è letteralmente esploso fra gli anni Novanta e Duemila, con la defezione di almeno 70 giocatori di baseball, e anche di altre discipline meno praticate sull’isola, come ad esempio il calcio. Il canovaccio della ‘fuga’ è quasi standardizzato: quando sono impegnati in trasferte all’estero con la nazionale, i giocatori scappano dal ritiro e si danno latitanti. Uno dei casi più eclatanti e recenti è datato ottobre 2012, quando quattro giocatori e lo psicologo della nazionale di calcio approfittarono di un match di qualificazione ai Mondiali 2014 in Canada per fuggire dall’isola. La riforma annunciata dal governo di Castro mira soprattutto a fermare questa emorragia di campioni, ed è stata accolta con favore dagli sportivi cubani. Yasmani Tomas (uno dei migliori talenti di baseball locali, già appetito dalle grandi franchigie americane), ad esempio, ha speso pubblicamente parole di apprezzamento nei confronti del provvedimento: “Se fosse stato fatto prima forse alcuni atleti non sarebbero partiti”, ha detto.

Un passo avanti importante, dunque. Che però potrebbe non essere sufficiente per permettere agli atleti caraibici di giocare liberamente nelle major league americane. A causa dei paletti fissati proprio dal governo statunitense. La nuova legge cubana prevede infatti che i giocatori possano andare all’estero, a patto di pagare allo Stato di origine le tasse sui compensi guadagnati. Peccato che qualsiasi transazione fra Washington e L’Avana sia bloccata dal cinquantennale embargo nei confronti dell’isola. Inoltre, secondo la normativa americana, per giocare in Usa gli atleti cubani devono ottenere una speciale licenza dal governo, dimostrando di avere residenza permanente fuori da Cuba. Più di un ostacolo, insomma, persiste. Cuba ha teso la mano, ai suoi campioni, allo sport e in fondo anche agli Stati Uniti. A questi ultimi, ora, tocca fare il prossimo passo.

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