Profughi anche nella morte. Verranno seppelliti nei vari cimiteri di una terra che non hanno mai conosciuto. I cadaveri di Lampedusa, senza nome e identità, oggi sono noti a tutti attraverso i racconti dei loro amici, compagni e connazionali con i quali hanno condiviso un sogno, la terra promessa. E dunque, ieri era il giorno del lutto nazionale che inevitabilmente diventa anche il giorno della riflessione e della polemica per una tragedia disumana causata dall’agere umano sempre più mosso dall’egoismo individuale piegato alle regole dell’economia e guidato dalla paura dello straniero.

Ma è anche il giorno del silenzio per provare a capire perché, ancora una volta, i corpi galleggianti dei nostri fratelli hanno trovato rifugio da morti laddove doveva trovare protezione e accoglienza la vita. E’ una vergogna, unica parola che il Santo Padre è riuscito a proferire. Perché è l’unica parola possibile difronte a uno scenario simile. L’uomo ne uscirebbe del tutto sconfitto, umiliato e deriso se non fosse per gli abitanti di Lampedusa che, da sempre, con estrema sensibilità e straordinaria dedizione, ci mostrano un’altra umanità possibile.

Quella che tende la mano, a volte non senza difficoltà, ai loro fratelli riempiendo di contenuto le parole accoglienza, umanità, speranza, condivisione. Perché porgere la mano a chi deve fuggire da un paese in guerra o schiavo della tirannia significa offrire la speranza di un futuro diverso. Un futuro migliore a cui tutti hanno diritto. Ma da soli, i lampedusani, non posso fare altro che piangere quei morti che sono i morti di tutti. Le nostre coscienze sono sporche, ormai. I disgraziati del mare le hanno profanate. Ma si dimentica presto. Le Nazioni dimenticano presto.

Si dimentica che il profugo che bussa alle nostre coste è un uomo che ha avuto la sfortuna di nascere in un paese martoriato dalla violenza, dal sopruso, dalla tirannia a differenza di chi, senza alcun merito, è nato nella pace e nell’abbondanza. Ma questo non consente di reprimere il diritto di sperare a chi è rimasta solo la speranza. Negare il sacrosanto diritto di asilo a favore del diritto alla difesa dei confini nazionali è un sopruso non meno grave di quello perpetrato dai paesi che costringono al viaggio della morte. Il mondo è di tutti, così è stato concepito da chi lo ha creato. Poi l’uomo, mosso dal libero arbitrio, ha fatto il resto. Si può essere profughi anche in terra gravida. Ma un nuovo equilibrio deve essere stabilito.

Raffaella Diano

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