“Questa di Lampedusa non è certamente la prima tragedia che si consuma davanti alle nostre coste. Ce ne sono state di simili e c’è uno stillicidio quasi quotidiano di vittime che però non ha la stessa eco mediatica. Detto questo, noto che c’è stato un cambiamento nel modo in cui questa tragedia è stata raccontata dai media italiani rispetto ad altri casi del passato”. A parlare è Clelia Bartoli, docente di Diritti Umani all’università di Palermo e autrice, nel 2012, di un saggio preciso e prezioso: Razzisti per legge. L’Italia che discrimina, edito da Laterza.

In che senso è cambiato il modo di raccontare i fatti?
Per la prima volta, almeno sui media generalisti, questo naufragio non è stato raccontato come un fatto collettivo, di un gruppo di persone senza nome e senza storia. Per la prima volta sono state raccontate le storie individuali delle persone che sono morte, mostrate le loro foto di famiglia e non solo corpi senza identità. Somiglia questo stile a quello che viene usato quando si tratta di raccontare un disastro aereo con vittime occidentali. Il secondo cambiamento è il lutto nazionale. Al netto della retorica, è un segnale importante: vuol dire che questa tragedia non riguarda altri, ‘loro’, ma tutti, tutti noi. Perfino la Padania ha cambiato registro e parlato di immigrati anziché come sempre di ‘clandestini’.

A cosa è dovuto questo cambiamento di registro?
Innanzitutto alle dimensioni della tragedia e al fatto che, essendo avvenuta a pochi metri dalla costa, è stato possibile mostrarla, farla vedere, sentirla. Altri casi simili, avvenuti in mare, non hanno avuto simile copertura. Poi penso che sia importante il fatto che ci sono tre persone, in tre ruoli istituzionali diversi e di primissimo piano che hanno avuto a che fare con le migrazioni o hanno esperienze personali di migrazione. Mi riferisco naturalmente al Papa, le cui parole sono state davvero forti e inusuali; alla presidente della camera Laura Boldrini, che per anni è stata portavoce in Italia dell’UNHCR e alla ministro Cécile Kyenge. La loro presenza segna anche un cambiamento, almeno potenziale, del clima di razzismo istituzionale che si è respirato per molti anni in Italia.

Secondo lei, questo cambiamento di stile del racconto, segnala anche un cambiamento della percezione dei migranti avvenuto in Italia?
Credo che un cambiamento ci sia stato, negli ultimi tempi. E anzi le reazioni sguaiate, volgari e razziste che abbiamo visto anche in questi giorni possono essere interpretate come la reazione di chi capisce che il concetto della cittadinanza sganciata dall’identità personale in termini di colore, religione o lingua sia ormai passato o sia sul punto di passare. Ci sono altri segnali. Per esempio, il caso Kabobo, che pure è avvenuto a pochi giorni dalle elezioni scorse, non ha prodotto spostamenti elettorali, né a Roma né a Lodi, a pochi chilometri da dove i fatti sono avvenuti. La retorica anti-immigrati non paga più nemmeno in termini elettorali.

Eppure si pensava che la crisi avrebbe accentuato la concorrenza tra immigrati ed autoctoni. Non è andata cosi?
L’analisi sarebbe lunga, però per riassumere, penso che i cittadini, tutti i cittadini, si sono resi conto che i problemi sono altri e vogliono che si parli di altri problemi, il lavoro, la disoccupazione, le politiche economiche. La concorrenza tra poveri per l’accesso a risorse scarse, per esempio i posti in un asilo pubblico, alimenta un tipo specifico di razzismo, quello che tende a estromettere. Serpeggia, anche se forse non è del tutto esplicita ancora se non in piccole parti della popolazione, la consapevolezza che questa è una lotta da cui si esce tutti perdenti e gli unici vincitori sono i razzisti di un altro tipo, quelli che vogliono mantenere una parte consistente della popolazione in una condizione di inferiorità giuridica e sociale per poterla sfruttare meglio. Per tornare all’esempio dell’asilo, i cittadini sono sempre più consapevoli che la scarsità di posti non dipende dagli immigrati ma da politiche carenti, dall’evasione fiscale o dall’incapacità degli amministratori.

Pensa quindi che gli italiani autoctoni siano pronti ad accettare cambiamenti giuridici come la fine della Bossi-Fini e il riconoscimento dello ius soli?
La Bossi-Fini ha prodotto dei danni enormi e non solo ai migranti. La compressione dei loro diritti e il ricatto sul lavoro hanno avuto come conseguenza il fatto che anche gli autoctoni dovessero abbassare, specialmente in tempi di crisi, i propri standard di tutela per poter competere sul mercato del lavoro. Non è una cosa teorica, accade, per esempio, nelle campagne del sud, dove ormai anche i lavoratori italiani subiscono il caporalato come i migranti. Lasciare una parte della comunità politica senza diritti è un danno per tutti, lo riconoscono anche economisti come Amartya Sen, premio Nobel: l’uguaglianza di diritti per tutti, oltre ad essere giusta eticamente e prevista dall’articolo 3 della Costituzione, è anche conveniente. La disuguaglianza è una zavorra che, prima o poi, trascina in basso tutti.

di Enzo Mangini