“Salvare persone che affondano è un reato. Strano che ancora non lo si sia capito.” Lo scrivevo nel 2007, e tocca scriverlo ancora, perché nulla è cambiato. Perché continuiamo a fingere che non ci sia alcuna ecatombe nei mare nostrum, continuiamo a fingere – come negazionisti – che il Mediterraneo non sia il più grande cimitero del mondo.

Ma già allora ricordavo quanto tutto fosse chiaro a partire dalla vicenda della Cap Anamur, la nave di un’associazione tedesca umanitaria che nel 2004 aveva salvato 37 persone da un barcone in procinto di affondare. Quei migranti, la maggior parte dei quali provenienti dal Darfur, erano stati oggetto di un rimpallo tra Malta, l’Italia e la Germania, ed erano diventati una questione di Stato. Per ciò erano rimasti tre settimane a bordo della nave davanti a Porto Empedocle, guardati a vista dalla Marina militare italiana. E quando il capitano della nave aveva deciso che dovevano scendere a terra, che quella segregazione non poteva continuare, era stato arrestato, e successivamente processato, insieme a tre marinai, per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Il caso Cap Anamur diceva con chiarezza che l’Unione Europea, almeno dal maggio 2004, dopo l’allargamento, si era costituita in Fortezza, e che si doveva procedere al respingimento e all’espulsione, senza se e senza ma, degli immigrati irregolari. Le entrate clandestine via mare – poca cosa, in termini percentuali, rispetto alla permanenza irregolare sul suolo italiano – ci sono perché non è offerta la minima possibilità di ottenere un ingresso regolare (per poi non restare in Italia, come è desiderio di quasi tutti gli eritrei, per esempio, che vogliono andare nel nord Europa). La costrizione all’illegalità produce illegalità. E scafisti. Gli scafisti non sono la causa, ma l’effetto.

E ricordavo, nel 2007, quel che mi aveva detto un pescatore a Pozzallo, nel ragusano, dove avevo assistito a uno sbarco di eritrei recuperati al largo. “Quando li avvisti – continuava il pescatore – tu chiami la capitaneria, loro vogliono sapere la tua posizione, la posizione dei clandestini, poi devi stare in attesa, e fare quello che ti dicono. Però, certo, se vedi che quelli sono in pericolo, tu lasci perdere quello che ti dicono dalla capitaneria, come è successo quest’estate: c’era un peschereccio di Pozzallo che ha avvistato un barcone di una cinquantina di persone. Li hanno salvati quasi tutti, tranne tre, ché la barca si è rovesciata e questi sono affogati. E la Capitaneria sai che cosa gli aveva detto? Rimanete là in attesa d’ordini! Il capitano diceva: Ma io non posso rimanere qua, stanno morendo tutti! Sì, aspettate le nostre unità che stanno arrivando. Ma le vostre unità prima che arrivano qua ci vogliono quattro o cinque ore, qua non salviamo neanche una persona. Ha fatto di testa sua e li ha salvati.”

Ma altri, per non rischiare il blocco della barca (che avviene anche solo per recuperare qualche cadavere in mare, che perciò si preferisce, se capita di trovarlo nelle reti della pesca, rigettare nelle acque), scelgono di non vedere.

Non sono mostri. Sono come noi. Lo fingiamo tutti, di non vedere.