Il primo ottobre 2013 l’Istat annuncia che il 40.1% dei “giovani” è disoccupato. In altre parole, quasi un ragazzo italiano su due è a spasso. Ma cosa intende l’Istat per disoccupazione giovanile? La fascia d’età considerata è quella tra i 15 e i 24 anni.

Ed ecco come avviene la stima: i ‘signori Istat’ intervistano periodicamente circa 67 mila famiglie. “Signora, suo figlio 15enne cosa fa? Lavora?”. Evidentemente no, anche perché la scuola dell’obbligo finisce a 16 anni – è la risposta che ci si aspetterebbe. Ma se la signora in questione invece ha un figlio neolaureato (l’età media dei laureati in Italia è 25 anni, dati AlmaLaurea) non rientra nelle statistiche sulla disoccupazione giovanile. Né lui, né tutti i suoi colleghi leggermente più ‘agé’, che – come vedremo – sono ancora in cerca (quanti ce ne sono!).

E allora chi ci pensa a questi “diversamente giovani”? Gli incentivi del Governo Letta.

Gli incentivi (distribuiti con un criterio molto meritocratico: la gara telematica, o “click day”) agevolano l’assunzione dei “giovani” compresi tra i 18 e i 29 anni. Piccolo particolare: la crisi è esplosa nel 2008, e molti “giovani” da allora sono precari o disoccupati. Adesso i “giovani” del 2008 non vengono più considerati tali perché hanno intorno ai trent’anni. Costituiscono un’intera generazione che in troppi casi non ha ancora costruito nulla e la cui demolizione professionale e psicologica difficilmente viene menzionata – come se non incidesse sulla produttività di domani dell’intero paese. Finiti nel calderone delle ingiustizie italiane, i “giovani” del 2008 non se li filano né l’Istituto di Statistica, né gli incentivi per promuovere le assunzioni.

Per loro l’Italia è una Repubblica fondata sulla disoccupazione.