“Con te dovrò combattere/ non ti si può pigliare come sei/i tuoi difetti son talmente tanti/ che nemmeno tu li sai.
Sei peggio di un bambino capriccioso/la vuoi sempre vinta tu/ sei l’uomo più egoista e prepotente/ che abbia conosciuto mai. 
Ma c’è di buono che al momento giusto/tu sai diventare un altro/in un attimo tu/sei grande, grande, grande/le mie pene non me le ricordo più”.
 
Fonti attendibili raccontano che il Premier Letta abbia salutato in note la virata prandiale del Cavaliere.  
Si era fatta ora di pranzo in effetti quando Sansone ha capito di essersi involontariamente recato dal barbiere.
 
E così, coartato dal suo stesso buonsenso, dopo un corpo a corpo intestino tra il povero Silvio e il grande Berlusconi consumato tra i saloni della sua propria scatola cranica -a cui facevano eco dall’esterno gli interventi alternati dei falchi che cantavano le gesta del Grande Berlusconi e le colombe che gettavano sale sulle ferite del povero Silvio- il Cavaliere ha deciso “non senza interno travaglio, di dare la fiducia a questo governo”.
Deve essere stato durante il tragicomico ‘armiamoci e partite’ a cui è stato sacrificato l’alfiere Bondi con la sua arringa di fierezza dissidente che il povero Silvio ha optato definitivamente per il lancio di molliche alle sue colombine.
Perché non solo le pecore, scopriamo in questi giorni, bensì anche le colombe si smarriscono, ed al buon pastore, o colombaro che sia, si sa, la pecora ritrovata diventa più cara delle novantanove mai perdute. 
 
L’idea dello stormo, composto dagli ex-accoliti volanti Quaglieriello, Formigoni, Giovanardi, Cicchitto, Lorenzin, Lupi e via dicendo, che migra d’autunno verso lidi dai climi più tiepidi, ha anticipato visioni di gelidi inverni al povero Sansone di Arcore, il quale all’idea di morire da solo senza tutti i Filistei si è subito convinto a rinviare lo scontro finale.
La conta ufficiale dei parlamentari Pdl (che negli ultimi due giorni ha visto crescere i consensi al governo, ingrossarsi le file degli insurrezionisti illuminati  e ipotizzare al dunque astensioni strategiche) avrebbe sancito ineluttabile il peso reale  dell’ammutinamento, rischiando di rivelarsi una mina anti-Silvio pronta ad esplodere sotto il castello abusivo delle Libertà.
 
Dunque, perché fare oggi quello che si può rimandare a domani? Il Cavaliere ha deciso di perdere la battaglia nella speranza di non perdere la guerra.
La minaccia di un nuovo gruppo parlamentare che legittimi i Filistei a lasciarlo morire da solo tormenta il povero Silvio, ma la speranza che un po’ di tempi supplementari aiutino il Grande Berlusconi a trovare uno shampoo anti-caduta per salvare Sansone dalla calvizie è l’ultima a morire.