La Seconda Repubblica è giunta al capolinea e con essa l’ordine berlusconiano che ne ha costituito l’essenza ventennale. Lo si è visto nella vicenda tragicomica della fiducia al Senato, che ha salvato il governo Letta con il voto a favore anche di chi aveva annunciato l’intenzione di farlo cadere; lo si leggeva nell’espressione da pugile suonato di una stranita Daniela Granero (in arte Santanché), ospite di Lilli Gruber su La 7: più che pitonessa, un’innocua biscia d’acqua (anche se qualche colpo basso velenoso contro l’ex collega presente in trasmissione, il mellifluo Formigoni, lasciava intendere persistenti velleità da vipera).

Insomma, la tanto attesa svolta è finalmente avventa, ma non nei modi in cui avremmo voluto e non grazie all’opera di forze esenti da compromissioni con il passato. Sicché il profilo della nuova Repubblica prossima futura resta ancora indefinito ma con forti ipoteche inquietanti: il ripristino di un centrismo di matrice neodemocristiana. Questo perché è stato il pool dei quarantenni cresciuti nell’antica “cantera” Dc e convergenti dai due fronti – appunto, Letta e Alfano – a guidare le danze, mentre l’unica opposizione – appunto, la troika Grillo&Casaleggio che dà la linea al M5S – si è consegnata all’esercizio innocuo dello strepito a futura memoria. Magari spiegandoci che alcuni di loro perseguono la rivolta millenaristica, non obiettivi minimi come quello di pensionare Silvio Berlusconi e il suo vecchio sistema di potere. E difatti da quanto è avvenuto sta emergendo un nuovo sistema di potere, che consentirà ai baldi Camus in sedicesimo e agli anarchici situazionisti da campo di calcetto, eletti sotto le insegne grilline, di pontificare sul sol dell’avvenire per tutta la legislatura (imbullonata da un governo che ha come unico scopo quello di mettere in sicurezza la corporazione partitica, Berlusconi escluso).

Proprio così: il premier Letta si è rivelato un osso davvero duro per i bricoleur del nuovo che avanza; un moroteo in tenuta manageriale capace di portare a compimento la missione ricevuta dal presidente Napolitano, supremo garante della partitocrazia: sfinire con i rinvii e lasciare che i problemi marciscano, in modo che vadano a esaurimento le insorgenze indignate degli ultimi anni; in attesa che i processi crescenti di impoverimento stronchino la capacità di resistenza in chi precipita nell’angoscia di arrivare a fine mese.

In altre parole, siamo transitati dalla padella alla brace. Quanto Andrea Scanzi – nella sua veste di severo aio ufficiale del Grillismo, non gli riesce di far capire al proprio target. Quanto aveva provato a fare Paolo Flores d’Arcais, beccandosi come risposta una sventagliata di contumelie dal top come dal down dei Cinquestelle, a conferma di un antico proverbio della terra di Beppe Grillo e mia; tradotto dal genovese: ai rustici le calze di seta graffiano la pelle. Sicché brindare alla caduta del vecchio sporcaccione di Arcore può essere un esercizio incosciente, se tale caduta prelude all’instaurazione di un regime altrettanto pericoloso; e che – per di più – non offre punti di riferimento a chi vorrebbe liberarsene sul nascere.

Dovevano essere giornate gaudiose e invece il quadro continua a risultare sconfortante, a conferma che la qualità degli attori in cui avevamo risposto le speranze di cambiamento si è rivelata davvero modesta. Al tempo stesso andremo in piazza il 12 ottobre a testimoniare la nostra fedeltà ai principi costituzionali con il dubbio che i promotori della mobilitazione intendano dare vita a un puro e semplice esercizio testimoniale; senza nessuna aspirazione a costruire qualcosa di più significativo (leggi il soggetto per esercitare una recuperata presenza di sinistra in questo quadro politico in rapida scivolata verso il centrismo).

Appunto, un quadro sconfortante. Ma le cose è meglio saperle. Per non ricoprire di rose le proprie catene, secondo quanto diceva Rousseau. Comunque – come aggiungeva quella tal fanciulla – “domani è un altro giorno”.