La giornata di ieri non ha avuto nulla di “storico”. Ha generato novità mediatiche perlopiù amene, questo sì. Ad esempio Bondi che va alla guerra, si scaglia contro il nemico, poi si guarda intorno e scopre che in trincea lo hanno lasciato solo. O Brunetta che fa il figo, “abbiamo votato la sfiducia alla una-ni-mi-tà”, e poi si è visto. O la Santanché (non ne indovina una da settimane: vamos) che litiga a Otto e mezzo con Formigoni, e uno guardandoli tifa per l’arbitro. O Cicchitto che a Ballarò zimbella Sallusti, dicendo peraltro in una sera più cose di sinistra che D’Alema in tutta la vita. O Berlusconi, che nel suo discorso caricaturale al Senato parla di avere un “interno Travaglio, che è un po’ come se Paul McCartney fondasse una cover band degli Stones.

Al netto di questa recita dei “diversamente berlusconiani ma democristianamente veri(ssimi)” (cit Giorgio Cremaschi), quella di ieri è stata una buffonata. Il Baracconata Day. L’unico dato politico reale è che la casta, come sempre, si è arroccata cercando di blindarsi nel suo fortino estromettendo i pochi “diversi”.

Non è cambiato quasi nulla e i piddini che esultano fanno pena, quando non tenerezza. O sono miopi o intellettualmente disonesti, o entrambe le cose. Berlusconi ha preso un calcio in faccia, ma non è morto. Ha cambiato discorso poco prima della fine perché non sa perdere, abbandonando il campo di gioco come un Fognini qualsiasi sul 15-40 per l’avversario e match point. Farà però di tutto per limitare l’esodo degli alfaniani. I ricatticontinueranno, dalla decadenza del Delinquente in Giunta all’Imu. Letta canta vittoria, da buon coniglio mannaro: da scaltro Forlani 2.0 che si compiace di mentire quando lo non-intervistano in programmi Rai condotti da non-giornalisti. E già che c’è sposta l’attenzione sul martirio presunto delle piangenti di professione, inventando minacce di morte o complotti.

Gli ex grillini, a proposito, han votato tutti Letta. Dall’intellettuale dursianoMastrangeli alla dolente De Pin. Dimostrano di essere un po’ confusi in materia di Movimento 5 Stelle. Credere in un governo di scopo à la Rodotà era lecito e anzi doveroso (benché inutile); appoggiare un Letta qualsiasi denota unicamente un arrivismo patetico. E’ un tradimento osceno del mandato elettorale. Mi si dirà: allora era giusto epurare la Gambaro? Al contrario: è stata doppiamente una sciocchezza. Un harakiri mediatico gigantesco. Non è stato sbagliato allontanarla: è stato sbagliato farlo in quel momento (e in quel modo, tipo “O Beppe o Barabba”). Bastava aspettare che la novella statista mostrasse il suo vero volto, come accaduto in passato per i Johnny Frigna folgorati sulla via di un fuorionda. E

‘ tutta gente che, prima o poi, si fa tana da sola. Espellendola qualche mese fa, la senatrice Gambaro ha potuto recitare la parte della martire. Se Grillo non si fosse fatto rodere dalla sua permalosite cronica (a proposito: pietoso quel suo “Fatti una ragazza” detto al cronista Tommaso Rodano), avrebbe aspettato le sue mosse per poi mostrarle gentilmente la porta. Ricordandole che il movimento, di cui Gambaro ha accettato le regole, è un’altra cosa. I 5 Stelle potevano essere fini strateghi, ma hanno preferito passare per emuli di Pol Pot. I soliti errori: giuste (spesso, non sempre) le decisioni; pessime le tempistiche e le motivazioni.

E’ però evidente che i 5 Stelle sono sempre più l’unica opposizione, con Sel e i pochi dipietristi extraparlamentari. Davanti a loro ci sono ormai praterie sconfinate. Tutti lavorano per loro, anche se vorrebbero l’esatto contrario. Letta è un Pirro qualsiasi. Non ha vinto nulla. O meglio: conta più di prima internamente al partito, che è la cosa che più gli interessa. Quindi individualmente ha vinto. Eccome. Ha disinnescato Renzi, che continua a dormire il sonno dei Righeira, e ri-disinnescato Civati, che comunque tende a disinnescarsi da solo (ma è stato l’unico nel Pd a non votare la fiducia). Vuole accreditarsi come leader alle prossime elezioni e può farcela: sarebbe perfetto come nuovo perdente di successo. Non c’è però nulla da esultare per il Pd. Può farlo la nomenclatura tragicomica, non la base, che conta sempre di meno (eppure non si arrabbia, o lo fa sempre troppo poco). La maggioranzaè la stessa di ieri. Siamo ancora dentro il Gattopardo, solo che da Tomasi di Lampedusa siamo scivolati a Fabrizio Cicchitto. Non un grande miglioramento.

Nel tentativo di salvare se stesso, e tirare a campare senza far nulla se non violentare la Costituzione a partire dall’articolo 138 che ne è l’architrave, Letta si è dimenticato un piccolo passaggio: più gioca al coniglio mannaro e più vince le battaglie, sì, ma non la guerra. Se nel Pdl sono ormai oltre la schizofrenia, nel Pd sono così miopi da non rendersi conto che esultare per l’appoggio di Giovanardi (novello Che Guevara delle De Micheli e dei Boccia) è un ulteriore passo verso il loro sfacelo. Tra la cosiddetta casta e i cosiddetti elettori c’è ormai un gap abissale: i primi vivono ancora in un mondo fatto di politichese stinto, i secondi – stremati da una crisi impietosa – vorrebbero risposte ma non se li fila quasi nessuno. 

Ieri, in maniera ovviamente involontaria, il Pd ha regalato altre carrettate di voti a Grillo e alla presunta “antipolitica”. O il nipote anziano dello zio giovane si inventa un governo che di colpo risolve tutti i mali del mondo (o anche solo non ne crea di nuovi), o il Baracconata Day di ieri è stato semplicemente un altro atto nel processo di restaurazione morbida (ma efferata) imposto da Re Giorgio Napolitano.

Oggi ridono. Tra qualche mese molto meno. Contenti loro, scontenti tutti.