Ritorno a proporvi dei pensierini, discutibili come sempre, al di fuori del settore dei trasporti. Un certo signore cent’anni fa ha detto: “Il monopolio corrompe anche una parte dei lavoratori”. Quel signore non era proprio un liberale, si chiamava Lenin.

Ed esiste in Italia una convinzione diffusa che sia il libero mercato invece a danneggiare soprattutto i lavoratori. E in effetti i lavoratori di imprese, pubbliche o private, monopolistiche, di solito stanno meglio, sia come salari che come sicurezza del posto che come carichi di lavoro. Il monopolista privato in teoria non sarebbe portato a trattar bene i lavoratori: farebbe meno profitti. Ma in realtà gli conviene, e molto, allearsi con loro: se ne stanno più buoni (e tanto i profitti ci sono lo stesso…), ma soprattutto difenderanno così il (suo) monopolio nel caso qualche malintenzionato volesse liberalizzarlo. E lo difenderanno con le unghie e con i denti, con opportuni scioperi, lamenti sui mezzi di comunicazione ecc. I sindacati troppo spesso si accodano, non vedendo a un centimetro al di là del naso.

Per il monopolista pubblico invece il meccanismo è un altro: tratta bene i lavoratori (forse anche perché è buono…), ma soprattutto perché ne ottiene in cambio il voto (e quello dei parenti, dei fornitori ecc.). Certe volte anche, finita la carriera, può entrare felicemente nel consiglio di amministrazione (quando non prende personalmente parte dei profitti in forme meno legali…). Ma quello che guadagnano in più i lavoratori del monopolio lo pagano, e salato, tutti gli altri. Infatti i prezzi di quelle produzioni sono maggiori (o ci vogliono più sussidi, cioè più tasse). E si sa che i prezzi bassi interessano di più le categorie a reddito basso che non i ricchi.

Ma non è finita qui: prezzi più alti significano meno consumi, quindi in generale la produzione si riduce, e quindi c’è anche meno domanda di lavoro. Poi se il monopolio è privato, parte dei ricavi dei prezzi più alti vanno ai padroni del monopolio, mica solo ai lavoratori.

E questi non sono i guai maggiori: quello peggiore è che le imprese monopolistiche non hanno nessun incentivo a innovare, investire, ed esportare. Vivono comodamente così come stanno. E questo è un danno micidiale nel tempo: come i mercati si aprono, queste imprese non hanno imparato a competere. Sono pigre, arretrate, decotte. Dovranno essere salvate con i sacrifici delle imprese efficienti, e indirettamente anche dai lavoratori che hanno goduto di meno protezioni.

I casi italiani sono innumerevoli, ed in alcuni di questi casi le conseguenze nel tempo sono oggi sotto gli occhi di tutti. Sempre per non parlare di trasporti (e i casi sarebbero in questo settore tantissimi), si pensi alle miniere di carbone del Sulcis, e la Alcoa, che producendo alluminio, consumava tantissima energia elettrica, e doveva importare il minerale (bauxite) dall’estero. Da trent’anni tutti sapevano che queste due imprese erano fuori dal mercato, e tenute in vita solo con alti sussidi pubblici. Ovviamente i nodi sono venuti al pettine, e il settore è stato liberalizzato dall’Europa, che di fatto ha proibito i sussidi non per cattiveria, come si vuol far credere, ma per non danneggiare i produttori di carbone e di alluminio (lavoratori compresi) non sussidiati. E’ la “cronaca di una morte annunciata”: si sapeva che gradualmente i sussidi sarebbero diventati illegali (tra l’altro i sussidi alle imprese sottraggono soldi a servizi sociali spesso essenziali). Tutti hanno taciuto, politici e sindacati in primo luogo (“teniamo ferme le cose finché si può”).

Il risultato è che adesso pagano, e caro, quei lavoratori, perché nessuna strategia alternativa, o innovazione tecnologica, è stata messa in moto per tempo. Il capitalismo è un sistema crudele, ma è meglio che almeno non sia monopolistico, per il bene di tutti.