Sono tutti contenti, anche se sfido a trovarne uno, di loro, ma pure di noi, stampa e istituzioni messe insieme, che abbia davvero capito bene che cos’è successo. Io, poi, personalmente, confesso qualche reticenza a essere contento, perché ho l’impressione che siamo da capo a dodici e persino un po’ peggio: stesso governo, ma più pateracchio. Certo, magari il Cavaliere ne esce ammaccato, ma l’armata Brancaleone di quegli Scilipoti d’ordinanza non promette nulla di buono; e se Mr. B si riorganizza, magari se ne ricompra abbastanza per la prossima imboscata.

Quel che penso io, però, qui non conta. I mercati mandano segnali di rassicurazione, senza scaldarsi troppo, e lo spread scende. Chi ci osserva da Bruxelles, dopo avere fatto campagna ‘pro Letta’, esprime soddisfazione. Il presidente della Bce Mario Draghi batte un ferro sempre caldo: “L’Italia faccia le riforme, per il bene suo” e della Zonaeuro perché la nostra instabilità è un rischio comune.

La stampa estera è colpita soprattutto dalla marcia indietro di Silvio Berlusconi, anche perché non l’aveva proprio prevista: segue per tutto il giorno in home page l’incerta sorte del governo e resta dubbiosa su valenza e impatto dell’esito finale. Al centro dell’attenzione, sempre lui, il Cavaliere: per Le Monde, “ha dato spettacolo”; per il Financial Times, ha effettuato “un’inversione di marcia drammatica”; e il Wall Street Journal parla di mossa a sorpresa dopo “5 giorni di dramma politico”. “Parlando meno di tre minuti, Berlusconi, con aria cupa e a mani giunte, ha detto di avere preso atto dell’impegno di Letta” su tasse e riforma della giustizia. 

Der Spiegel ci va giù con l’accetta: “Fallito in Parlamento il colpo di Stato“, titola. E commenta: “Una buona giornata per l’Italia, forse uno scorcio di luce”. “L’eterno saltimbanco è stato umiliato”, scrive, “ma il governo rimane instabile”.

Le istituzioni internazionali paiono credere che l’Italia riparta da dov’era prima di tutto ‘sto cancan. Il segretario generale dell’Ocse José Anguel Gurria, il vicepresidente della Commissione europea Olli Rehn, il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz avevano già dato l’avallo a Letta, invitando l’Italia a valutare i pericoli derivanti dall’instabilità politica.

A questo punto, Bruxelles s’aspetta una ripresa del lavoro solo interrotto: avviare subito la manovra di manutenzione del disavanzo, riportando entro il 3% il deficit, con una correzione da 1,6 miliardi. Se ne parlerà al Consiglio dei Ministri forse già venerdì. Ed entro la metà di ottobre c’è da mandare all’Ue la legge di stabilità.

Scosso dal pit stop, Letta ripartirà in prima, ma avrebbe bisogno d’innestare la quarta: deve mettere mano a tre voci decisive per l’anno prossimo, cioè la service tax, decisiva per l’equilibrio dei conti, il taglio del costo del lavoro e l’individuazione delle azioni che potranno sforare i vincoli europei. Ci sono in ballo 7 miliardi di euro solo per il 2014.