Tutti in classe come sempre. Ma a mezzogiorno, niente pranzo in mensa. Oggi si fa il “picnic a scuola”. Iniziativa bucolica? Per nulla. Perché questo è il nome che un migliaio di famiglie di Legnano, in provincia di Milano, ha dato a un’inedita forma di protesta. Contro l’aumento della retta per il pasto, i loro figli il cibo se lo portano da casa. Alle elementari e alle medie, insomma, si fa lo sciopero della ‘schiscetta’.

I genitori che si sono uniti nel comitato Agorà accusano l’amministrazione comunale di centrosinistra di avere aumentato ingiustamente le tariffe giornaliere delle fasce Isee più alte. L’anno scorso nelle scuole del comune si spendevano al massimo 5,44 euro per pasto. Da settembre invece la fascia Isee più alta, quella che conta il maggior numero di famiglie, è salita a 6,15 euro. E i non residenti devono sborsare addirittura 6,50 euro, indipendentemente dal reddito familiare. Un salasso per molti, dal momento che i rincari possono pesare per più di 20 euro al mese. E, si sa, i tempi di crisi non aiutano di certo.

A causare il rincaro è la costruzione di un nuovo centro cottura che verrà realizzato dalla Pellegrini, la ditta che ha in mano l’appalto per la fornitura dei pasti. “Il centro cottura non dobbiamo pagarlo noi, ci sono già le tasse per finanziarlo”, sostiene Olindo Torraca, promotore del comitato Agorà e presidente della commissione Mensa, un organismo istituito dal comune per valutare la qualità del servizio nei refettori. In base ai conti fatti sulla base del capitolato dell’appalto – dice Torraca – il costo di ogni pasto è di 4,67 euro, con già dentro un guadagno per la Pellegrini di 0,22 centesimi. Altro che gli oltre 6 euro che chiede ora la giunta per le fasce più alte. Ribatte Umberto Silvestri, assessore alle Attività educative di Leganano: “Abbiamo ereditato dalla precedente amministrazione di centrodestra questo contratto, che prevede di spalmare su nove anni il costo del centro cottura. Il comune, poi, copre già parte delle spese delle fasce più basse e in tutto si fa carico del 44 per cento dei costi per il servizio mensa”.

Settimana scorsa i giorni di protesta sono stati due. Hanno aderito mille famiglie su circa 1.900, sostengono i genitori. Cifre che il comune corregge al ribasso: hanno portato il cibo da casa 677 alunni mercoledì e 725 giovedì. E ora si ricomincia. Perché l’incontro di ieri sera tra una delegazione di genitori e il sindaco non è arrivata ad alcun accordo. La giunta ha offerto di abbassare le tariffa della fascia più alta a dei non residenti a 5,60 euro. Niente da fare. La protesta va avanti. In attesa di una riunione prevista per domani, il comitato Agorà per ora chiede una tariffa massima di 4,80, simile a quanto versato dalle famiglie della vicina Busto Arsizio, dove il servizio mense è gestito dalla stessa Pellegrini.

Ma non c’è solo la guerra di numeri. I presidi hanno preso posizione contro i genitori, facendo presente che “nel rispetto della vigente normativa e dell’iscrizione scolastica liberamente effettuata da ciascun genitore, è vietato consumare nel momento del pranzo alimenti diversi da quelli serviti dal gestore della mensa scolastica”. E ancora: “E’ discriminante e altamente diseducativo che bambini seduti allo stesso tavolo consumino pasti diversi per quantità, qualità e valori nutrizionali”. Ma il comitato non ci sta: “Sul divieto di portare il cibo da casa non ci vogliono spiegare a quali norme fanno riferimento – spiega Torraca -. Pensi poi che qualcuno ci ha addirittura accusato di strumentalizzare i nostri figli”. E ai lavoratori della Pellegrini chi ci pensa? Torraca assicura: “Abbiamo dato la nostra disponibilità a versare 50 centesimi per ogni pasto non consumato, se ci saranno problemi per i dipendenti”.

Twitter: @gigi_gno