E’ stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dello scorso 30 settembre l’elenco, redatto dall’Istat, degli Enti i cui bilanci concorrono, a diverso titolo, a formare il conto economico consolidato dello Stato.

Si tratta cioè dei soggetti la cui attività comporta un costo – quale che ne sia il titolo – per la pubblica amministrazione che, naturalmente, si riflette sul bilancio dello Stato.

La sostanza è, dunque, che meno sono questi Enti ma, soprattutto, meno spendono più lo Stato risparmia e, quindi, più risparmiano i cittadini.

Quello pubblicato dall’Istat è, però,  un elenco lungo ed articolato composto da centinaia di nomi, sigle ed acronimi noti, poco conosciuti o del tutto sconosciuti ai più.

Ogni Ente costa – direttamente o indirettamente – migliaia o, addirittura, milioni di euro all’anno alle casse dello Stato e, in quasi ogni Ente – se non in ciascuno di essi – c’è almeno una poltrona, una carica, un incarico assegnato attraverso dinamiche politiche o partitiche.

Centinaia di rivoli attraverso i quali scorre ogni anno una straordinaria ricchezza e un terreno sconfinato e fertile nel quale, periodicamente si consumano esercizi di lottizzazione e potere.

Difficile, navigando nell’interminabile elenco, capire quali tra gli Enti, le associazioni, i fondi, le fondazioni o i consorzi sono davvero indispensabili alla buona amministrazione della cosa pubblica e quali siano, invece, “diversamente utili” per non dire del tutto inutili.

Tanti i nomi e/o gli acronimi curiosi e gli enti le cui finalità, almeno dall’esterno, sembrerebbero poter essere efficacemente perseguite in modo più efficiente da altri enti o soggetti dell’amministrazione centrale o periferica.

C’è, ad esempio, l’Ente Nazionale Risi, un ente pubblico economico sottoposto alla vigilanza del Ministero dell’Agricoltura che si occupa della tutela del settore “risicolo”, promuovendo la produzione del riso “made in Italy” con campagne di informazione e concorsi.

Impossibile – come d’altra parte per molti degli altri soggetti nell’elenco dell’Istat – trovare online il bilancio dell’Ente o i dati relativi ai compensi spettanti ai suoi amministratori.

C’è poi la Cassa Conguaglio per il settore elettrico, un altro ente pubblico non economico che ha – a quanto si apprende dal sito internet – la missione principale di riscuotere alcune componenti tariffarie dagli operatori del mercato e che opera sotto il controllo dell’Autorità per l’energia elettrica ed il gas.

L’attività dell’Ente è costata, nel 2011, 5,6 milioni di euro, recuperati – si legge nella sintesi del bilancio di esercizio disponibile online – attraverso “autofinanziamento”.

Il che, tuttavia, non significa – giacché diversamente non si spiegherebbe l’inserimento della Cassa nell’elenco dell’Istat – che la sua attività non abbia generato costi per il bilancio dello Stato.

Curiosamente, peraltro, il sito dell’Ente è contraddistinto da un nome di dominio – www.ccse.ccc – che fa riferimento alle isole australiane di Cocos.

Ci sono poi decine e decine di associazioni, fondi e fondazioni di cui, a navigare tra i siti internet, si fa persino fatica a comprendere il significato dei nomi, gli scopi e le finalità.

E’ il caso, ad esempio, della “Associazione Nazionale Autorità e Enti di Ambito”, acronimo Anea o della Federbim, la Federazione nazionale dei consorzi di bacino imbrifero montano.

Guai a dubitare che molti di questi Enti svolgano una funzione essenziale ed irrinunciabile per la gestione della cosa pubblica ma, ad un tempo, impossibile resistere alla tentazione di credere che una così vasta frammentazione di competenze, funzioni e poteri generi costi ed inefficienze nell’attività della Pubblica Amministrazione italiana.

Forse – quando Parlamento e Governo avranno finito di accapigliarsi sulle rispettive egoistiche beghe di Palazzo – varrebbe la pena che qualcuno avviasse un’attività di rigoroso e puntuale monitoraggio per verificare se davvero tutti gli enti di cui all’elenco appena pubblicato dall’Istat siano indispensabili o se non sia possibile, almeno in alcuni casi, attribuire le rispettive competenze ad amministrazioni centrali e periferiche dello Stato che già paghiamo perché svolgano attività contigue a quelle di tali Enti.

Non è solo – e forse, di questi tempi basterebbe – una questione di risparmio ma anche e soprattutto una questione di buona e razionale gestione della cosa pubblica.