Bridget Jones è tornata ed è di nuovo single. Non è morta a casa da sola divorata dai pastori alsaziani. E non ha smesso neppure di contare le calorie. Il terzo capitolo sulle (dis)avventure della bionda cicciottella e pasticciona nata dalla penna di Helen Fielding è sbarcato recentemente nelle librerie di tutta Italia.

Bridget, oltre ad aver oltrepassato la soglia dei 50, ha due pargoli da allevare da sola perché il suo Mark Darcy è saltato su una mina antiuomo in Sudan e quindi è rimasta vedova. Dopo aver trascorso quattro anni da “vergine di ritorno” smette di disperarsi e decide di ricominciare a vivere. Come un tempo affoga i dispiaceri nell’alcool, ma la sua nuova mania è squisitamente al passo con i tempi: Twitter e affini rappresentano il suo nuovo hobby. E Roxster, il bellissimo e muscolosissimo toy boy che conosce navigando nel mare magno del web, è la sua nuova passione.

Il cliché del romanzo è lo stesso di sempre, costruito come un diario nel diario, con salti temporali fra passato e presente. E anche gli amici sono gli stessi: Jude, Tom e Talitha. Giocato sull’ironia e sulla complicità, sul passato e sul presente, sul giovane e… l’agér. Già, perché Roxster ha 20 anni di meno e i problemi legati alla differenza d’età si fanno sentire fin da subito. Il toy boy vorrebbe dei figli e un futuro, ma Bridget, che di figli ne ha già due ed è una mamma particolarmente confusa, non ne vuole proprio sapere. È questa la trama di Mad about the boy (tradotto “all’italiana” in Un amore di ragazzo) della Fielding, pioniera della ‘chick lit’ inglese (ossia “chicken literature”, letteratura per pollastrelle, ndr), che torna dopo quindici anni con una Bridget cresciuta e ormai diventata adulta. «Io sono cambiata e Bridget Jones è cambiata con me – ha detto l’autrice – spero che i lettori rideranno tanto quanto ho riso io mentre scrivevo».

In cosa è cambiata Bridget Jones? La spasmodica ricerca dell’amore non è più al centro dei suoi pensieri. Nonostante la love story con il toy boy sia il leitmotiv delle gaffes del libro, la nuova Bridget è più attenta ai propri bisogni, alle proprie esigenze, alla propria riscoperta dell’erotismo. Rispetto ai primi due capitoli della saga (Il diario di Bridget Jones e Che pasticcio Bridget Jones!) usciti sul finire degli anni ’90, Mad about the boy rappresenta uno stereotipo della donna estremamente diverso rispetto a quello che avevamo imparato a conoscere.

Sarà un segno dei tempi, questo è ovvio, ma oltre a Mrs. Jones anche le protagoniste della ‘chick lit’ degli anni 2000 sono radicalmente diverse tanto dalla “prima” Bridget quanto dalla Carrie Bradshow della Bushnell. «C’era parecchia leggerezza nei primi esempi di questo genere narrativo, quando ha iniziato a inondare le librerie. Col tempo all’interno di questo filone si sono fusi altri generi, è diventato molto più articolato, e soprattutto è arrivata una ricerca di contenuti diversa – dice Eliselle, per alcuni considerata la regina della ‘chick lit’ all’italiana, che da poco è in libreria con Amori a tempo determinato – Non più solo la tematica della ‘caccia al principe azzurro a tutti i costi’, ma anche la ricerca di se stesse, la riflessione sul contemporaneo, il punto sulle dinamiche della società moderna».

Non un femminismo 2.0, dunque, ma un vero e proprio cambio radicale di bisogni, necessità e pulsioni. E assieme al punto di vista sull’amore, nel corso degli ultimi vent’anni è cambiato anche il focus sulla carriera e sulla professione. Se Carrie, brillante e scintillante trentenne di Manhattan e autrice di una rubrica di successo, si preoccupa più delle sue Manolo Blahnik inzaccherate di fango piuttosto che tenersi stretto un lavoro, fa sorridere, senza tuttavia generare grande compassione. Stesso discorso vale per il brutto anatroccolo Andrea Sachs, protagonista de Il diavolo veste Prada, che dopo aver trovato il lavoro dei sogni di milioni di ragazze nella redazione di Runway, si vede regalare vestiti-scarpe-borse di Marc Jacobs per mantenere lo status. E ancora: Becky Bloomwood, protagonista dei romanzi I love shopping (e successivi) della Kinsella che, nonostante lavori nella redazione di un giornale finanziario, riesce a spendere tutto lo spendibile possibile e immaginabile sfiorando il lastrico in più di una occasione.

Sarà la crisi dei media o quella finanziaria globale, ma le protagoniste degli ultimi romanzi di questo genere hanno ridimensionato non solo il loro budget, ma anche il loro stile di vita e il modo di rapportarsi alla professione: Alex Lyons (di Sad desk salad della Grose) scrive per un sito femminile che la costringe a stare connessa in rete h24 in cerca di scoop, nella speranza di realizzare il sogno di diventare una scrittrice di successo. Stesso discorso vale per Adrienne Brown (la protagonista di The list di Karin Tanabe) che scrive per un blog di politica nella speranza di fare il salto di qualità.

Le “nuove donne” dunque provano ad affermarsi nella carriera, sono ambiziose e cercano il successo prima di ogni cosa. Il fidanzato-marito-amante di turno a volte c’è a volte non c’è. E se c’è viene piuttosto “utilizzato”. Il mondo descritto dalla ‘chick lit’ è dunque cambiato. Così come è cambiato l’universo femminile in cui la donna, pur senza essere egocentrica, ha acquisito una nuova consapevolezza di sé, stravolgendo (almeno per ora) le priorità di mamme e nonne.