Ieri pomeriggio, nel comizio improvvisato ai piedi del cavallo morente della sede Rai di viale Mazzini, Beppe Grillo ha fatto un passaggio che mi ha incuriosito. Ha detto che la televisione pubblica è “un’azienda con 600 dirigenti”.

Ho pensato si trattasse di uno scherzo. Cosicché sono voluto andare a verificare quel numero, scorrendo l’ultimo bilancio Rai, chiuso, come noto, con poco meno di 250 milioni di buco.

E la realtà in cui mi sono imbattuto è ben più grave di quella sintetizzata dalla battuta del leader del Movimento 5 Stelle. Limitando il controllo sul conti della capogruppo, emerge come i relativi dirigenti sono per l’esattezza 579. Ma di questi addirittura 324 sono giornalisti. Un numero, questo, che sarebbe necessario per dirigere almeno 160 testate giornalistiche.

L’elemento decisamente sorprendente attiene però al rapporto tra dirigenti e dipendenti nel confronto con il settore privato. Ebbene, l’indicatore universalmente riconosciuto per misurare il grado di diffusione del lavoro manageriale è nella capogruppo il 5,5 per cento, contro un valore medio riscontrato nelle imprese private italiane pari allo 0,9%.

In Rai dunque la percentuale è superiore del 500 per cento a quella delle aziende private.

Il quadro appare ancora più allarmante se ai dirigenti si aggiungono i quadri, che, sempre nella sola capogruppo, sono una enormità: 1097! Questo significa che le figure apicali della capogruppo, pari a 1676 unità, rappresentano incredibilmente il 16 per cento della forza lavoro: una cifra, questa, a dir poco folle.

È poi un vero peccato che il bilancio Rai, diversamente da quanto avviene nell’esposizione dei conti di società di peso anche minore, non fornisca il dato dello stipendio medio percepito dai dipendenti e con particolare riferimento a quello di dirigenti e quadri. Che però nell’azienda radiotelevisiva pubblica la retribuzione sia decisamente superiore a quella media, si ricava non solo semplicemente suddividendo il costo di salari e stipendi per il numero dei dipendenti. Ma anche guardando agli oneri, pari a circa 60 milioni di euro, ascritti alle voci “trattamento di fine rapporto” (48,1 milioni di euro) e “trattamento di quiescenza e simili” (12,2). Considerando infatti come nel 2012 ci sono state 184 cessazioni, il valore medio della cifra erogata ad ogni pensionato, tra tfr e incentivazioni di vario tipo, è stato pari a 326 mila euro.

La […] prossima revisione del modello organizzativo consentirà di migliorare il livello dell’efficienza operativa […]”, si legge nelle note accompagnatorie del bilancio 2012.

Certo, dovendo fare i conti con il tasso di managerialità più alto al mondo, il percorso di riorganizzazione appare decisamente in salita.

Twitter: @albcrepaldi