Se, come capita purtroppo solo nelle favole, una specie di Aladino mi offrisse di esaudire un desiderio – uno solo – certamente gli chiederei di togliermi dai piedi tutta l’ipocrisia che ci circonda. Prima di tutto l’ipocrisia del maestro B., che fa cadere il Governo dicendo che è per non aumentare le tasse agli italiani, quando tutti sanno invece quale è il vero motivo. L’ipocrisia di Letta e Napolitano, che vogliono accreditarsi come coloro che agiscono nell’esclusivo interesse del Paese. Ma anche le «fantasie» del ministro Saccomanni, che quando ci racconterà la reale situazione finanziaria del paese (compreso gli oneri per i contratti derivati) sarà sempre troppo tardi.

Poi le bugie, più o meno pietose, dei vari imprenditori, finanzieri, politici e giornalisti, che ormai impediscono di distinguere il grano dal loglio. Infine il mix di finti valori e di veri interessi economici sui quali si basa purtroppo gran parte della moderna economia, che rende così arduo al consumatore capire effettivamente quale siano le effettive conseguenze delle sue decisioni.

Prendiamo il caso Barilla. Il giovane imprenditore di Parma ha scatenato un putiferio, poiché ha incautamente dichiarato che alla sua azienda non interessa rivolgersi a un pubblico di omosessuali nel pubblicizzare la sua pasta e i suoi biscotti. Certo è un periodo difficile, in cui ogni stormir di foglie sugli omosessuali diventa subito un tornado; se il Papa ci dedica una riga su 23 pagine, la sintesi giornalistica parlerà di «rivoluzione sessuale del nuovo pontefice». Insomma abbiamo capito che la questione omosessuali è un nervo scoperto in Italia, ma il punto è un altro e mi dispiace che non sia stato abbastanza sottolineato.

Al buon Guido Barilla, come a gran parte degli imprenditori, non gliene frega un bel niente né degli omosessuali, né delle famiglie del Mulino Bianco, tutte casa e chiesa. A loro interessa solo vendere. Mescolare le politiche commerciali con le scelte ideali è pericoloso, oltre che falso. E noi comprendiamo le loro esigenze, quindi sopportiamo anche il politically correct, ma le prese per i fondelli sono disdicevoli in ogni caso.

Nessuno – tantomeno gli imprenditori – si batterà mai per un valore ideale, sia esso quello della lotta all’omofobia, sia quello della tutela delle famiglie tradizionali. Sia quello delle minoranze etniche o dei più deboli. Nemmeno il più sacrosanto. Questo bisogna dirlo in maniera chiara. Unicredit, tanto per non fare nomi, pubblicizzava che «people have the power» non perché pensasse, o men che meno praticasse, il principio democratico di dare alla gente possibilità di decidere, anzi erano i tempi che se entravi in banca ti rifilavano, senza tanti certificati preliminari, un bel fondo index linked, anche se avevi una magra pensione. Nella società del politically correct, questo ultimo serve per vendere agli amanti del genere (che pare siano molti), non per tutelare i principi di cui il politically correct dovrebbe essere espressione. Come si dice, appena si svolta l’angolo, la musica cambia.

Non so se questo sia un bene o un male, un progresso o un passo indietro, fatto sta che è evidente che non bisogna credere alle enunciazioni teoriche di chi ha forti interessi economici, perché in genere con le prime cerca di venderci le seconde e non viceversa. Economia, comunicazione, ipocrisia e menzogna sono strade che troppo spesso si intrecciano e che bisognerebbe imparare a distinguere, senza paraocchi. Anche qui un po’ di pulizia non farebbe male.