La settimana finisce così: i ministri di Berlusconi si dimettono su ordine e per le ragioni di un condannato in via definitiva per grossa frode fiscale. Una condanna che non può essere cambiata trasforma il legame politico con il leader in favoreggiamento con chi ha commesso il reato. È incredibile che chi ha messo insieme questo infelice governo, comunque soggetto al giudice di sorveglianza, non abbia previsto un simile disastroso esito. Ma tutto cio è pieno di sintomi e di segnali nella settimana che si è appena conclusa. Ce lo dicono una serie di eventi insensati. Provo a elencarli.

Il Presidente del Consiglio va a New York, in apparenza per l’Assemblea generale dell’Onu, ma con il vero scopo di un “roadshow” per “vendere” l’Italia. Tradotto, significa incontrare analisti finanziari (non gli imprenditori, come dicono i sottomessi Tg) e non segue rinfresco, segue dibattito. Qui il progetto si fa nebbioso. Sicuro che era il momento giusto per farlo
Intanto il suo vice Alfano, “con cui Letta – dicono con linguaggio di regime i Tg – è in costante contatto”, va in Val di Susa e dice ai disperati valligiani, ai disperati lavoratori, ai disperati poliziotti del più costoso e inutile cantiere del mondo: “Nessuno ci fermerà”. 

Nelle stesse ore la Commissione europea annuncia che la produttività in Italia è a picco, che sta avvenendo una rapida deindustrializzazione, che c’è una forte perdita di competitività in termini di costo del lavoro. La denuncia del costo del lavoro italiano appare un po’ azzardata, nella terra afflitta dai più bassi salari d’Europa. Ma in casa non c’è nessuno a rispondere. E poiché non c’è nessuno, c’è chi compra alla svelta Telecom e chi offre a prezzi d’affezione l’Alitalia.

Alla fine accade un fatto che sembra sconnesso e sembra folle ma non lo è, anzi è logico. Deputati e senatori del Pdl (gruppo di incerta identità politica, detto anche Forza Italia) si sono improvvisamente riuniti in una sera di cattivo umore, e hanno gridato insieme la loro decisione. Se va via Berlusconi (che deve andar via dal Senato, per legge, dopo la condanna definitiva per una grossa frode fiscale), si dimettono tutti dal Parlamento a causa della loro indignazione democratica. L’avevo detto, una settimana folle.

Ma cominciamo dalle vendite di Telecom e Alitalia. Sono vendite che, a quanto pare, non rispecchiano interessi delle imprese, che stanno per essere date via sottocosto. Ma vanno bene per gli azionisti che stanno vendendo: facile acquisto (a suo tempo), niente rischio, buon profitto e liberi tutti. Tutto avviene all’interno di un suk protetto, dove le trattative riguardano gente intenta a scambiarsi liberamente informazioni non disponibili per gli operatori normali. Il suk include governi, politici, autorità che dovrebbero vigilare, interi partiti e investitori che, a guardar bene, sono quasi solo dei prestanome. Inevitabile dire che questa vendita o svendita non riguarda in alcun modo il Paese Italia. Mettetevi nei panni di questa gente: quale Paese?

Meglio non fingere un curioso neo – patriottismo esercitato sul vuoto. Infatti qui, nella patria espropriata e abbandonata, non c’è niente, tranne una bandiera al Quirinale, un inno nazionale che Radio Uno trasmette a mezzanotte ogni notte, e un governo guardiaporte che, fino ad ora, e prima della rivolta, è stato comprensivo e cortese nei limiti della sua funzione che è (lo dicono tutti) la stabilità. E proprio mentre è stabile, e Letta è in giro per il mondo a vantare quest’unico pregio, tutti i Pdl e Forza Italia che compongono, con il Pd, la maggioranza alle Camere , tutti i deputati, senatori, ministri, vice e sottosegretari, prendono la rincorsa e abbattono la vetrata. Avete ragione. Non l’abbattono, la fanno tremare con un grido possente di solidarietà estrema al loro condannato.

Che cosa non si fa pur di recare grave danno al Paese
. Tutti si dichiarano fieri di stare col condannato. Se ne va di colpo la stabilità, il famoso valore aggiunto. Oltre all’equilibrio mentale italiano.

Possiamo , volendo, esercitarci a riflettere sul come siamo arrivati a questo punto. Ci sono due protagonisti: c’è la sinistra, triste, isolata, trascurata dai media, tormentata da una irreversibile solitudine, perché ha abbandonato e respinto il lavoro, che credeva nella sinistra, e abbracciato un presunto capitalismo monopolistico che non la vuole. E c’è un vasto aggregato populista del tutto estraneo alla storia e alla legge, che guida a curarsi solo dei fatti propri. Il progetto politico è di trarre tutto il profitto o vantaggio possibile e di non farsi trovare sul posto al momento del crollo.

Attenzione, l’aggregato populista di cui stiamo parlando non ha mai veramente mentito. Non ha mai parlato di Italia, ma di interessi privati. La promessa: non una buona Italia, che non interessa nessuno. Ma una buona vita per gli addetti ai lavori, con la ragionevole possibilità di allontanarsi per tempo, con adeguate risorse, dopo il saccheggio.

Bisognerà prendere atto di tre fatti unicamente italiani: gli imprenditori rubano le fabbriche, ovvero le abbandonano come farebbero in un remoto terzo mondo, impedendo agli operai di tornare a produrre. E mentre uomini e donne spossessati gridano “lavoro!” per le strade, l’Europa ti dice che i costi del lavoro sono troppo alti nel Paese che paga i salari più bassi in Europa. Comuni e Regioni, intanto, tagliano tutto, dagli ospedali alla cultura, ai rifiuti, senza piani o spiegazioni, rispondendo alla cieca a decisioni prese alla cieca dal governo, che a sua volta obbedisce a ordini estranei, come eliminare all’improvviso l’Imu. Il governo è stato, finora, un ente fisso, una presenza estranea circondata da una grande solitudine. Fino a quando esplode una clamorosa dimostrazione di identità con un condannato in via definitiva per fatti gravi, fingendo di scambiare la complicità per la democrazia e il bene del Paese con il favoreggiamento. Se almeno l’Europa prestasse più attenzione, forse chiederebbe altre cose all’Italia. O manderebbe una polizia internazionale.

Il Fatto Quotidiano, 29 Settembre 2013