Un film di vent’anni fa – “i Visitatori”, diretto da Jean-Marie Poiré (1993) – raccontava del cavaliere medievale Goffredo di Montmirail (Jean Reno) e del suo scudiero Jean Cojon (Christian Clavier) sbalzati per via di un incantesimo dalla Francia del 1100 alla New York dei nostri giorni.

Tra le tante gag, una delle più ridanciane era il pasto del signore feudale in un ristorante alla moda della Grande Mela, con Jean Cojon accovacciato ai suoi piedi e costretto ad afferrare gli avanzi di cibo che gli venivano lanciati.

Immaginando che la tanto strombazzata nuova sede di Forza Italia sia una mensa di lusso e senza tentare similitudini tra l’atletico Jean Reno e il decrepito nanerottolo Silvio Berlusconi, salta subito all’occhio la fortissima affinità di atteggiamento dello scudiero a pecoroni con i parlamentari berluscones che si dimettono in massa: qualcosa tra una folla – appunto – di Jean Cojon e torme di suicidi in Guyana al seguito del solito santone. Con la motivazione surreale che il proprio leader/datore di lavoro sarebbe stato costretto a subire gli effetti delle sentenze di condanna come un qualunque mortale.

Quindi, spettacolo tra il demenziale e il ridicolo: l’omaggio vassallatico al prezzo della vita al proprio signore feudale, in ritardo di circa un millennio.

Ad ogni modo, la tragica pagliacciata dei moduli prestampati con tanto di sottoscrizione autografa – raccolti dal giullare Brunetta, l’etera pentita Carfagna e la strega Santanché – e seguiti vari ci trasmettono utili informazioni sul Medioevo in cui le stregonerie di Arcore ci hanno cacciati:

1.  E’ ora di smetterla di accreditare l’assunto per cui esisterebbe un partito di Destra; tesi cara al politicamente corretto dei talk-show (per cui se il sottoscritto afferma il contrario tutti si scandalizzano): c’è solo una compagnia di guitti arruolati dal signore per sottometterli al proprio volere. Se non lo fanno saranno ricacciati nelle suburre da cui provengono. Dunque, le dimissioni collettive non sono altro che il prezzo da pagare al capriccio dell’offeso. Presentarle come un’operazione politica è pura offesa all’intelligenza di chi dovrebbe bersi la panzana.

2. Forse bisognerebbe risensibilizzare al significato del termine “democrazia”. Che non è – a differenza di quanto crede Daniela Garnero (vulgo Santanché) – il principio per cui il voto popolare è come Lourdes: emenda da ogni peccato. Per cui condannare un pregiudicato molto votato non equivale a “un colpo di stato” o “a una fucilazione”, in base agli slogan preconfezionati dei consulenti di comunicazione stipendiati da Berlusconi. È semplicemente applicare i principi elementari di uno Stato di diritto.

3. In ogni caso, la vicenda mette definitivamente in luce la cultura padronale del Grande Statista (Bondi dixit), per cui il rapporto di lavoro viene inteso non quale prestazione a fronte di un pagamento pattuito, bensì come totale sottomissione. Con tanto di cessione della propria anima e della propria dignità. Perché, se così non si fa, sarebbe come “sputare nel piatto in cui si mangia”: l’immortale commento di Emilio Fede quando Indro Montanelli se ne andò dal Giornale sbattendo la porta per non dover assecondare il padrone in operazioni che non condivideva. Difatti, per chi concepisce il rapporto di lavoro in termini vassallatici, il boss ha la totale disponibilità del dipendente ridotto a stuoino.

Quanto emerge è la diapositiva di una società che in questi vent’anni è regredita in maniera spaventosa, mentre tornava a imporsi in buona parte delle sue pieghe quel modello gerarchico-patriarcale che le lotte per i diritti e le ondate di modernizzazione avrebbero dovuto circoscrivere e gradatamente emendare. Ma così non è stato, vista – tanto per dire – la compiaciuta omofobia del vero macho Guido “bellicapelli” Barilla nella sua messa al bando della coppia gay dalle pubblicità della propria azienda (poi rimangiata da bravo opportunista, preso atto che anche gli omosessuali comprano pasta).

Vista la storia dei senatori e deputati eletti nel Parlamento italiano sotto le insegne del PdL, che baciano la pantofola al proprio signore per la vita e per la morte. Ossia il ritorno alla grande di quel “padre-padrone”, che dispone a piacimento dei familiari, tipico di una società arcaico/pastorale. È pensabile che l’Italia riesca a trarsi fuori dalle trappole in cui si è cacciata avendo come cultura prevalente quella di Visitatori che giungono da non rimpianti tempi oscuri? Che ce la mettono tutta per trasformarci in tanti Jean Cojon?