La creazione della zona speciale di libero scambio – la prima nella Cina continentale – è stata annunciata dal governo cinese a inizio luglio e verrà inaugurata domenica. Sarà un porto franco dove saranno liberalizzati i flussi di capitali e lo scambio di merci transfrontaliere. Lo scopo è quello di trasformare Shanghai in uno dei principali centri finanziari del mondo. È un esperimento che ricorda le “zone economiche speciali” create da Deng Xiaoping trent’anni fa e poi prese a modello per tutta la Cina. All’epoca si sperimentava la manifattura, oggi soprattutto di finanza e tecnologia.

Nell’area di quasi trenta chilometri quadrati per facilitare l’ingresso di partecipanti esteri saranno sospese le rigide regole locali sugli investimenti stranieri. Si annunciano 18 settori aperti al capitale straniero e a quello privato: dalla finanza allo shipping, dalla cultura all’educazione, dai servizi alle banche. Ancora non sono noti dettagli e tempistiche. Ma ieri c’è stata l’ufficializzazione tanto attesa. Il Consiglio di Stato ha annunciato che la sospensione delle leggi nazionali avverrà dal 1 ottobre, in Cina Festa della Repubblica. La sperimentazione procederà passo passo. Sempre secondo lo stesso documento, gli esprimenti nel campo della finanza procederanno “secondo quanto permesso delle condizioni (esterne)” e “il rischio sarà controllato”.

Le nuove regole saranno via via applicate nel corso di tre anni, ma ancora non sono chiare le priorità. La mancanza di chiarezza sembra essere indice di una discussione ancora in atto da parte della dirigenza su quanto potere concedere al mercato. Si sa che finalmente le aziende straniere potranno vendere le consolle dei videogiochi – proibiti in Cina da una decina d’anni – e che le banche cinesi e quelle occidentali stanno facendo a gara per espandersi nell’area. Ma poco altro. Niente si dice a proposito della liberalizzazione di Internet “al fine di favorire gli investimenti delle imprese straniere e fare in modo che i lavoratori ospitati vivano e operino felicemente nella zona di libero scambio”, come aveva dichiarata una fonte vicina al governo pochi giorni fa.

Un’apertura comunque c’è stata perché nel documento si legge che le aziende straniere potranno godere di “servizi di telecomunicazioni speciali“, che andranno valutati però caso per caso Il progetto è stato fortemente voluto dalla città di Shanghai, centro finanziario della Cina continentale, preoccupata di rimanere indietro rispetto a Hong Kong e Taipei, entrambe piazze offshore dello yuan. La convertibilità dello yuan – di fatto – è uno degli obiettivi della classe dirigente cinese, che vuole facilitare l’uso della propria valuta nel commercio internazionale. L’internazionalizzazione dello yuan è cominciata nel 2005, quando è entrato in un paniere di monete, tra cui il dollaro.

L’obiettivo del governo è quello di arrivare alla piena convertibilità dello yuan entro cinque anni. I vantaggi di questa politica sono già evidenti: nel 2010 lo yuan era al trentacinquesimo posto tra le valute più utilizzate al mondo; solo due anni dopo era salito al quattordicesimo. E la previsione è quella di raggiungere il terzo posto nei prossimi anni. L’eventualità di una convertibilità dello yuan è un’occasione anche per i Paesi occidentali: da anni Londra sta cercando di diventare la piazza europea di riferimento per la valuta cinese. E intanto Pechino ha già firmato accordi swap con Australia, Giappone, Malaysia, Brasile e Nuova Zelanda. Tutti passi in avanti per portare lo yuan, nei prossimi anni, a diventare un rivale globale del dollaro.

di Cecilia Attanasio Ghezzi