Il gran circo della moda ha chiuso la sua Fashion Week e lascia Milano. Le modelle emaciate si spogliano dei loro vestiti colorati. I lavoratori cingalesi smontano gli sfavillanti set delle sfilate glamour e delle feste cool. Svanisce l’eccitazione e, come dopo ogni spettacolo di circo, resta dentro un filo di tristezza (a Milano, prima che prevalesse l’inglese, si diceva: magone).

Il sindaco, per far dimenticare le sacrosante parole di un suo assessore (“al Comune non fa piacere concedere spazi agli evasori fiscali”) non si è perso una sfilata. L’amministrazione ha fatto pace anche con Dolce&Gabbana, quelli condannati dopo aver portato la loro holding da Milano al Lussemburgo. D’accordo: il settore porta ricchezza. Produce per la città un indotto da 17 milioni di euro, giurano gli esperti. Eppure Milano resta una capitale in declino in un Paese in svendita. Telecom andrà agli spagnoli, Alitalia ai francesi, ma perfino la pasticceria Cova di via Montenapoleone è stata comprata dal colosso del lusso Lvmh. L’Inter diventa indonesiana. La sede di via Solferino del Corriere della sera passerà al fondo americano Blackstone. Fastweb, partita cablando Milano, ora è in mani svizzere. Anche una bella fetta della moda è già passata agli stranieri: Gucci, Fendi, Loro Piana, Bulgari, Valentino.

L’editoria è in crisi. E la finanza? La Mediobanca che fu di Enrico Cuccia chiude per la prima volta nella sua storia un bilancio in rosso, mettendo in vendita le partecipazioni (ormai svalutatissime) che l’avevano resa il perno del capitalismo italiano. Scendendo dall’Olimpo dei danèe, 2.615 aziende e aziendine milanesi hanno chiuso i battenti negli ultimi due anni. Con questi chiari di luna, sarà la moda a salvare Milano? O l’Expo? O le Olimpiadi? Sembra davvero difficile. Anche perché gli “eventi” (Expo e Olimpiadi) sono pensati sempre dentro la solita logica all’italiana dell’eccezionalità, l’occasione unica che non riesce mai a diventare sistema, e che serve per aggirare anche quelle poche regole che sopravvivono. E poi gli “eventi” non riescono mai a liberarsi dall’ossessione immobiliare. Ecco, in questo Milano appare ancora forte: occupare tutti i vuoti con colate di cemento. Bei grattacieli con pennacchione stile Metropolis o diamante illuminato, a cui fanno corona decine di nuovi edifici, meno belli o francamente brutti, che sorgono in tutta la città. Vedremo quanti metri cubi resteranno invenduti. Milano resta ancora legata alla via immobiliare al socialismo (craxiano), varata negli anni Ottanta con Salvatore Ligresti re del mattone e Carlo Tognoli sindaco benedicente. Ligresti ora è fallito e sta agli arresti domiciliari nella sua villetta nel verde di Sansiro, mica nelle torri di cristallo che ha disseminato agli ingressi della città, a lungo vuote. Ma Milano non ha imparato niente dal suo fallimento, che è anche il crac di un modello di sviluppo e di una politica supina (anche al netto delle tangenti).

Milano era città del fare e del sapere. Resta città del costruire: fino alla prossima crisi immobiliare. Era capitale morale, grande industria e piccole botteghe, professioni, case editrici e università. Anche design, sì, ma legato alla produzione di oggetti e di idee, non alle mattane di sarti con holding nei paradisi fiscali (a proposito: ma perché Milano non si regala un vero museo del design, che dovrà essere il più grande e il più bello del mondo?). Milano non riesce più a trovare la sua anima, a costruire la sua nuova identità dentro un Paese che sta uscendo da interi settori produttivi, in balia di una élite industriale che spolpa le aziende e di una casta politica che si mangia le istituzioni. Ha una borghesia smarrita e un popolo confuso e senza voce. Fino a quando assisteranno attoniti al declino della loro città?