Con Berlusconi è sempre un cinema, il problema è stabilire di che tipo. Anni fa avevo dedicato un saggetto per Manifestolibri alla sua (ir)resistibile ascesa; sicché, rovistando i vari materiali e i format comunicativi del caciccato di Arcore, feci la scoperta che tutta la narrazione berlusconiana era riconducibile al plot di sette film hollywoodiani (“Mr. Smih va a Washington”, “Mezzogiorno di fuoco”, “Guerre Stellari”, “Ombre rosse”, “El Cid”, “Superman” per finire con il non indimenticabile “L’ispettore gadget”): il Cavaliere della valle solitaria che scende in campo per sconfiggere – a scelta – il Mucchio Selvaggio, il Lato Oscuro della Forza oppure i Comunisti, armato soltanto della sua stella di latta e di un infallibile revolver (o – sempre a scelta – del Lato “amoroso” della Forza oppure della fantomatica “Rivoluzione Liberale”).

Ora che la parabola discendente del Nostro inizia a prendere un inarrestabile abbrivio, altre trame possono raccontare la melanconica (per il diretto interessato e i suoi portaborse, s’intende) vicenda; stavolta europee. Ad esempio “Quell’oscuro oggetto del desiderio” (del 1977, per la regia di Luis Buñuel) e “Luna di Fiele” (pellicola diretta da Roman Polanski nel 1992). Opere diverse con un elemento in comune: il vecchio malvissuto e sporcaccione preso in ostaggio da giovani donne che lo istupidiscono giocando sul registro libidinoso, ma sempre tenendolo sulla corda (mandandolo “in bianco”). Sicché la natura misteriosa dell’elemento femminile oscilla tra il richiamo sessuale fiammeggiante e il più dimesso ruolo della badante.

Tra la promessa di indicibili delizie e l’accudimento pietoso, la fanciulla assume un ruolo da dominatrice della senescenza finita nella rete, nel più che classico stereotipo della serva-padrona. Come si intuiva dalla foto che ha fatto il giro dei tabloid mostrando un Berlusconi dall’aria istupidita e in eccesso di tinture varie, mentre tiene in grembo il cagnetto Dudù portogli dalla cosiddetta “fidanzata” Francesca Pascale. La quale intanto gli rimbocca qualcosa; forse il plaid sulle ginocchia tremanti. Difatti la giovane carceriera ha già preso in ostaggio il rintronato riccone centellinando o vietando – come da copione – gli accessi delle altre visitatrici. Per cui si potrebbe osservare come Berlusconi sia finito in prigione o ai domiciliari prima ancora che giungesse a compimento l’itinerario previsto dalla sentenza di condanna della Cassazione.

Pascale/B. vanity_fairCi pensa la ragazzina dall’aria tosta e determinata, che già dichiara con quel “presto ci sposiamo” di voler chiudere definitivamente il lucchetto sull’imprigionamento dell’adorato Silvio. Anche questo un classico brianzolo: le innumerevoli storie dei “cummenda” ottuagenari che impalmavano le proprie infermiere. Un premio guadagnato sul campo dalle stesse, a generoso risarcimento dei pitali svuotati e di altre piacevolezze insite nell’assistenza professionale agli infermi.

Insomma, la storia raccontata da Buñuel e Polanski è quella di una perdita inarrestabile della primazia virile da parte di un maschio vizzo e debilitato, a fronte delle energie vitali di una femmina che gioca il ruolo di burattinaia con il suo imbelle e fragile burattino. Con molte affinità tra le opere di fantasia e quanto succede concretamente tra Villa Casati e Palazzo Grazioli.

Per cui, se nel settantasettenne Berlusconi – mettendosi al fianco la ventottenne ex velina di Telecafone – albergava originariamente l’idea di rinverdire una propria immagine monogama e sul romantico (dopo anni di “mignottocrazia”, secondo l’immortale definizione dell’antico cortigiano Paolo Guzzanti), ora sembrerebbe proprio che la situazione sia andata rovesciandosi: da strumentalizzatore conpulsivo a strumentalizzato; incastrato nelle spire del familismo della vasta famiglia al seguito della Pascale, come si evince dai reportage sulla stampa rosa.

Vista la determinazione della compagna del capo (e il suo sguardo luciferino, con tanto di sopracciglia appena segnate, tipo dark lady), nei panni dei figli del Capo ci sarebbe da iniziare a preoccuparsi; magari all’ipotesi di qualche scherzuccio testamentario a loro danno. E quasi fa pena il povero vecchietto che – suprema nemesi – sconta una volta per tutte le innumerevoli colpe di indefesso manipolatore di indifesi. Quando diceva che
il pubblico era “un bambino di dodici anni, per di più non molto intelligente”, certamente non immaginava di finire per ritrovarsi in quell’identica condizione. Lui, il grande sciupafemmine