Boschi firma il referendum dei radicali sulla giustizia. L’occasione è stata la presentazione, a Bologna, di “Condannati Preventivi”, di Annalisa Chirico, giornalista di Panorama, sul tema della carcerazione preventiva. Affiancata per l’occasione appunto da Enzo Boschi, ex Presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) e condannato a sei anni in primo grado nella cosiddetta “sentenza Grandi Rischi” relativa al terremoto dell’Aquila.

Secondo Boschi, che ha portato lì la sua testimonianza, “la battaglia per una giustizia giusta non può più essere rimandata. È una priorità indiscutibile non lasciare a discrezionalità non ben definite e a poteri al di sopra di ogni possibilità di verifica e di critica la sorte di comuni cittadini, i diritti dei quali non sempre vengono adeguatamente difesi e rispettati”. Per questo motivo, ha proseguito Boschi, “ho firmato i referendum radicali: perché vivo sulla mia pelle la lacerazione di una sentenza illogica, conseguenza di un vero e proprio processo ai metodi della moderna ricerca scientifica”.

L’idea del processo al “metodo della ricerca” è la nuova versione, più sofisticata, dell’ormai poco credibile del “processo alla scienza”. Ma lo scopo è lo stesso, spostare il focus dal nucleo duro della sentenza su un aspetto marginale. Infatti, come riassunto da Bruna De Marchi, esperta di livello internazionale di comunicazione del rischio, su Epidemiologia e Prevenzione: “In realtà, come la motivazione della sentenza ripete ad nauseam, il capo d’imputazione non era affatto, né poteva logicamente essere, quello di non aver saputo prevedere il terremoto, bensì di non aver valutato adeguatamente il rischio (nelle sue diverse componenti e non limitatamente alla probabilità di accadimento di un evento distruttivo) e di non aver fornito alla popolazione un’informazione chiara, corretta e completa sulla situazione”. All’identica conclusione arriva l’analisi del giudice di Teramo Giovanni Cirillo

Insomma, sta crescendo il numero degli scienziati, e degli esperti, che in questo processo la scienza è, semmai, la grande assente. Perché si avrebbe un “processo alla scienza” – spiegano i giuristi – quando periti di accusa e difesa si scontrano su un aspetto specifico, tecnico-scientifico, su cui il giudice ha l’ultima parola. Ma non è questo il caso, perché la sostanza della sentenza è tesa a stabilire il nesso causale tra la “rassicurazione disastrosa” (il mantra del “più scarica meglio è”) uscita dalla riunione della Grandi Rischi e l’abbandono delle vecchie abitudini (uscire di casa alla prima scossa), che in 29 casi si è rivelato fatale.

La verginità del nome. Così, se le date sull’appello non sono ancora note, sulla strategia difensiva di Boschi si dirada ogni dubbio: chiamare alle armi i colleghi. Già sul Blog di Marco Cattaneo, direttore di Le Scienze, Boschi aveva aperto un dialogo con i lettori con una “lettera di riflessioni”, articolata in due punti: (1) “sono stato condannato per non aver previsto il terremoto” e (2) “non ho rassicurato nessuno”. Mistificazioni delle carte a cui IlGiornale.it fa da cassa di risonanza: “Boschi è stato condannato a sei anni di reclusione per non aver previsto il terremoto de L’Aquila”, spingendosi ad arruolare il pm Fabio Picuti e il giudice Marco Billi tra le “toghe rosse”, mentre il sito on line di Panorama ribadisce lo stesso identico messaggio.

Spostare l’attenzione sul cosiddetto “processo alla scienza” ha confuso non poco le idee sul punto chiave: aver rassicurato la popolazione. Come spiega Antonello Ciccozzi nella sua consulenza antropologica (edita anche in un libro: Parola di scienza, DeriveApprodi) e utilizzata da Billi come “legge di copertura scientifica” (secondo i termini di legge previsti dalla sentenza Franzese per la verifica del nesso causale): “i membri della Grandi Rischi hanno previsto un non-terremoto, quella rassicurazione fu disastrosa perché – è un principio chiave della disastrologia – se si diminuisce la percezione del rischio si aumenta l’esposizione al pericolo. E’ questo quel che fecero: il segnale “acceso” dalla Cgr, in quella condizione di massima allerta, agì sostanzialmente come un semaforo verde: “State tranquilli””.

A perpetuare il travisamento del cuore del processo – la rassicurazione e la negligenza – hanno contribuito molti giornali esteri, tra cui testate prestigiose come il New York Times, il Guardian o le riviste scientifiche specializzate, come Nature o Science. Tra queste, Nature, la rivista con la maggior ricaduta sulla comunità scientifica mondiale, ha avuto un ruolo chiave nel dar voce all’appello promulgato dai dirigenti dell’Ingv il 18 giugno 2010 e rilanciato dalla rivista il 22: “la comunità scientifica internazionale è unita nell’affermare l’attuale impossibilità di prevedere i terremoti a breve termine (…) Questa iniziativa è stata intrapresa a seguito del recente invio degli avvisi di garanzia (…) per non aver promulgato uno stato di allarme”. La lettera, indirizzata a Napolitano, raccolse oltre 4.000 firme dai ricercatori da tutto il mondo, sbattute sul tavolo di Picuti dal difensore di Barberi il 28 giugno 2010.

E’ l’episodio forse più paradigmatico di collusione tra la reazione corporativa della comunità scientifica e certa stampa. Infatti, se gli avvisi di garanzia erano pubblici già il 2 giugno, mentre la “lettera” è di due settimane dopo (18 giugno), questo significa, nella migliore delle ipotesi, che i documenti non sono stati verificati né dai ricercatori né da molta stampa. Perché negli avvisi di garanzia, sul “mancato allarme”, non c’è nemmeno una parola. E così, se da un lato i ricercatori di tutto il mondo sono stati chiamati a firmare una lettera fondata su un travisamento del capo d’imputazione (nel migliore dei casi colposo e negligente), al tempo stesso la rappresentazione dell’Italia medievale e del “processo alla scienza” era già diventato un mantra globale.

Certo, una volta fatta un po’ di chiarezza ci sono state importanti retromarce (Science, Economist, New Scientist) e la stessa Nature ha aggiustato il tiro, anche se ha definito la sentenza “ridicola e perversa” prima che uscissero le motivazioni. Ma sono state tardive, la “chiamata alle armi” della comunità scientifica si era attivata. E questo non è privo di conseguenze, perché “creato questo solco di lettura – dicono gli esperti – l’esito sembra chiaro: se condannati, i membri della Cgr potranno dire che la sentenza è ingiusta perché i magistrati non sanno nulla di scienza, se assolti, potranno dire che avevano ragione a dire che i magistrati aquilani si erano accaniti su di loro cercando un capro espiatorio”.