La conquista del 65 per cento di Telco – la scatola che detiene il controllo di Telecom Italia – da parte di Telefònica è un fatto importante, non solo perché significa che l’azienda telefonica italiana diventa di fatto spagnola, ma perché è la prima volta che un ex monopolio pubblico passa ad un controllo straniero. Pochi mesi fa ancora si decise a livello politico che Cassa Depositi e Prestiti si comprasse Snam da Eni, piuttosto che metterla sul mercato. Ora qualcosa sembra essere cambiato.

Aziende troppo piccole con un azionariato debole al solo fine di mantenere l’italianità, come se l’italianità fosse un valore in sé. Non è il solo caso di Telecom Italia che negli anni scorsi respinse l’arrivo del messicano Carlos Slim (non sia mai che un’azienda italiana finisca nelle mani di un magnate messicano esperto del settore), ma anche il caso Alitalia dovrebbe insegnare qualcosa degli effetti nefasti di questo capitalismo di relazione.

Nel 2013, dopo che l’Europa è caduta nella recessione di nuovo e da sola, il nostro sistema bancario, su cui si basava questo capitalismo di relazione, non è più solido come una volta. Le ‘banche di sistema’ hanno sempre meno potere e sono sempre più deboli e non riescono più a seguire il modello tanto caro ai governi italiani. Per questa ragione si è tentato negli anni scorsi di creare una Cassa Depositi e Prestiti che potesse supplire a questa debolezza delle banche, ma è chiaro che non è più tempo di beneficenza neanche per le costole del Ministero dell’Economia.

Ma torniamo all’attualità. Telefonica avrà il 65 per cento di Telco che controlla il 22,4 per cento delle azioni di Telecom Italia. Generali, Mediobanca e Intesa San Paolo, prima azionisti di maggioranza dentro la scatola di controllo, hanno deciso di abbassare la loro quota e di lasciare agli spagnoli la leadership. Forse troppo poco, ma un primo passo.

Gli spagnoli dovrebbero pagare 1,09 euro per azione, contro la quotazione attuale che oscilla intorno ai 60 centesimi. Questo è alquanto normale poiché stanno conquistando la maggioranza e per questo motivo vi è un sovrapprezzo da pagare. In questo modo Telefònica non si trova inoltre obbligata a fare un’offerta pubblica d’azioni poiché rimane lontana dalla soglia del 30 per cento che la porterebbe a dover fare un lancio dell’Opa.

Telefonica tuttavia si ritrova davanti al bivio di dover fare qualcosa per Telecom Italia sempre più vicina al downgrade del proprio debito a livello “spazzatura”. La palla passa ora in mano a Cesar Alierta, il manager che guida il gruppo telefonico spagnolo. Vi sono ancora diverse opzioni che possono essere adottate dal management di Telecom Italia, oltre allo scorporo dei diversi segmenti di business, ma la più probabile sembra a questo punto la vendita di alcuni asset. In particolare, Tim Brasil potrebbe essere venduta a quello stesso Carlos Slim che anni fa era stato respinto dal governo Prodi.

Intanto Telefònica, diventando socio di maggioranza del gruppo italiano, si ritrova in posizione dominante in alcune aree del mercato mobile brasiliano e sarà ‘costretto’ a vendere almeno parte degli asset in quel mercato. In questo modo Telefonica potrebbe riuscire a fare cassa e prendere quella liquidità necessaria per abbassare il livello del debito di Telecom Italia che ormai è superiore ai 28 miliardi di euro. Nei giorni scorsi si è inoltre parlato della vendita delle torri delle telecomunicazioni mobili di Tim per una cifra vicina al mezzo miliardo di euro.

Telecom Italia, anche se con il controllo spagnolo, continua ad avere l’urgente bisogno di trovare capitali freschi che negli anni scorsi “il capitalismo di relazione” italiano non ha mai trovato. Senza questa iniezione il rischio di vedere il proprio debito considerato “spazzatura” diverrà realtà. È la fine del capitalismo di relazione o lo Stato Italiano avrà un sussulto di protezionismo?