Quando nel 2010 Sergio Marchionne ha deciso di imprimere una svolta alle relazioni sindacali in Fiat, non ha creato solo una novità politica ma ha prodotto una frattura sindacale non ancora ricomposta. Non c’è giorno in cui non si rintraccino dichiarazioni stizzite, punture di spillo, accuse tra la Cisl, diretta da Raffaele Bonanni o la Fim, il sindacato dei metalmeccanici, e la Fiom-Cgil di Maurizio Landini. Le accuse sono reciproche, circostanziate e ripetute.

Bonanni a proposito di Landini dice esplicitamente: “Fa politica, non pensa agli accordi”. Landini, al termine di una delle tante manifestazioni Fiom si è lasciato sfuggire: “Chi è Bonanni?”. Non sono carezze e non preludono a nessuna riappacificazione. La durezza dello scontro è riassunta dalla dichiarazione della Fim-Cisl dopo l’annuncio delle nuove vetture a Mirafiori: “Noi portiamo lavoro e investimenti, la strategia di Landini avrebbe condannato alla perdita del posto di lavoro oltre 50mila lavoratori”. Da parte sua la Fiom, nell’ultima conferenza stampa di Landini del 23 settembre, ha risposto: “Loro hanno siglato un accordo che impone sanzioni a chi sciopera, come è accaduto alla Magneti Marelli di Bologna”.

Il bilancio complessivo non sarà mai unanime. Se da un lato si insiste sul peggioramento contrattuale per i lavoratori dall’altro si sottolinea che gli stabilimenti sono ancora in piedi e, salvo Termini Imerese, nessuno è stato finora licenziato. La situazione complessiva, aggiornata con dati Fiat, è comunque questa. Per lo stabilimento di Mirafiori, con 5.300 dipendenti, l’azienda ha appena chiesto un altro anno di cassa integrazione, promettendo la produzione del Suv Maserati Levanto e un altro modello non ancora indicato in vendita nel 2015 e mettendo sul piatto un miliardo di investimenti. A Grugliasco, sempre in Piemonte, è iniziata la produzione di due modelli Maserati, la Quattroporte e la Ghibli e qui si lavora a pieno regime, circa 1200 i dipendenti. La Fiat ha investito 1 miliardo di euro e ha “fuso” i due stabilimenti piemontesi con la prospettiva di un “polo del lusso”.

Lavorano a pieno ritmo anche i 6.200 dipendenti dello stabilimento Sevel di Atessa dove, in joint-venture con Peugeot-Citroen, si fabbrica il Ducato, furgone di successo europeo e sul quale Marchionne ha puntato altri 700 milioni. I 3.800 operai di Cassino sono in cassa integrazione per quindici giorni al mese, in attesa che si conoscano i destini della Giulietta Alfa Romeo e della Grande Punto. Dei 4.500 operai di Pomigliano, stabilimento ristrutturato con 800 milioni di investimento, circa 2000, secondo la Fiom, sono in cassa integrazione. Momentaneamente a casa anche la metà dei 5.500 operai di Melfi in attesa che le linee di montaggio vengano ristrutturate per produrre due nuovi Suv: uno Jeep e l’altro 500. Anche qui, investimento da un miliardo. Lo stabilimento di Termini Imerese, invece, è stato dismesso e per i 1.800 operai che ci lavoravano non esiste, al momento, alcuna prospettiva.

I lavoratori che producono direttamente auto in Fiat sono 30.100 (62mila, invece, quelli dell’intera Fiat Spa) comprendendo anche i 3.000 della Ferrari e i 700 della Maserati. Di questi circa 11mila, compresa Termini Imerese, sono in cassa integrazione, sia pure momentanea. Per quanto riguarda chi è restato in produzione, le denunce della Fiom, di fatto mai smentite dagli altri sindacati, parlano di intensificazione dei ritmi lavorativi e di fatica a sopportare la nuova organizzazione di lavoro, il Wcm Ergo-Uas che invece viene esaltato dall’azienda. I sindacati firmatari degli accordi, invece, mettono l’accento sugli investimenti finora realizzati: 4,5 miliardi suddivisi tra Mirafiori, Grugliasco, Melfi, Pomigliano e Sevel. Quando lanciò il piano “Fabbrica Italia” – presentato anche alla Camera dei deputati – Marchionne annunciò 20 miliardi.

Se il bilancio sia positivo o no saranno gli interessati a stabilirlo. Quello che è chiaro è che le distanze tra i sindacati sembrano ancora incolmabili e lo saranno ancora di più dopo gli ultimi avvenimenti. Nel corso dell’estate, infatti, sembrava si fosse realizzata una convergenza di interessi tra Sergio Marchionne e Maurizio Landini. Entrambi hanno a più riprese sottolineato l’importanza di una nuova legge sulla rappresentanza sindacale. Una necessità dettata dalla sentenza con cui la Corte costituzionale ha condannato il comportamento della Fiat intimandole il riconoscimento pieno della Fiom nei propri stabilimenti. Marchionne ha dapprima richiesto con forza una legge adeguata in tempi brevi, ma poi ha capito che il Parlamento non l’avrebbe mai approvata. Inoltre, ha avuto la netta contrarietà dei sindacati firmatari che hanno visto nell’ipotesi legislativa un vantaggio per la sola Fiom. Giovedì scorso, infatti, Raffaele Bonanni ha dichiarato che la Cisl non accetterà mai una regolamentazione legislativa del tema della rappresentanza preferendo procedere per accordi tra le parti.

Il problema è che le strategie della Cisl e della Fiom – che non coincidono del tutto con quelle della Cgil – sono destinate a restare divergenti per molto tempo ancora. Bonanni, infatti, ha in mente la prospettiva di un sindacato profondamente “concertativo”, compartecipe dei destini dell’azienda. Il modello non è tanto quello tedesco quanto il sindacato Usa propagandato da Bob King, il leader dei metalmeccanici, interlocutore cruciale di Sergio Marchionne in Chrysler. “Azienda e lavoratori hanno gli stessi destini”, ha ribadito più volte il presidente della Uaw, il sindacato che, non a caso, detiene il 41,5% del colosso di Detroit che ha contribuito non poco a salvare.

La Fiom pensa ancora a un sindacato conflittuale, che sia chiara controparte dell’azienda e del padronato, con cui siglare accordi ma non a tutti i costi. Le contraddizioni si moltiplicano se si osserva che Fiom e Cisl, per la proprietà transitiva, dovrebbero essere alleate. Entrambe, infatti, da punti diversi, hanno ricucito i rapporti con la Cgil. Le “larghe intese” – nate già con il governo Monti – hanno ridato fiato, dopo la parentesi berlusconiana, all’unità sindacale. Lo stesso Landini ha recentemente deciso di ricucire con Susanna Camusso con cui gestirà insieme l’imminente congresso della Cgil in cui solo la componente più radicale di Giorgio Cremaschi rimarrà apertamente all’opposizione. “I problemi esistono – ammette Elena Lattuada della segreteria Cgil – ma il nostro obiettivo è risolverli con l’applicazione piena dell’accordo del 31 maggio sulla rappresentanza sindacale”.

Per controbilanciare l’unità interna, però, Landini ha deciso di osare un po’ di più sul piano politico lanciando, insieme a Stefano Rodotà un “movimento” di difesa della Costituzione che muoverà i primi passi il 12 ottobre con una manifestazione nazionale a Roma. “Non faremo un partito”, ripete a tutti il segretario della Fiom. Ma l’opzione politica è evidente anche perché la necessità di coprire l’ampio spazio che si è liberato alla sinistra del Pd è forte. Come si vede si tratta di equilibri fragili e di posizioni che possono ancora variare. La durezza della crisi mette a dura prova le promesse della Fiat e la politica italiana non è mai stata esile come ora. Dalla “svolta di Pomigliano” a oggi, la vicenda Fiat ha lasciato i suoi protagonisti fermi sulle posizioni iniziali. Nulla fa pensare che si muoveranno a breve.