Nella nota di aggiornamento del Def la crescita dell’economia italiana prevista per il 2014-2017 è in ciascun anno superiore di mezzo punto percentuale a quella indicata dal Fondo monetario. Ma basterà questo per convincere gli investitori esteri a continuare a comprare il nostro debito pubblico?

 di Francesco Daveri* (lavoce.info)

Una nota incoraggiante

La Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza (Def) 2013 presentata dal Governo ha l’obiettivo di descrivere scenari fiscali complessivamente rassicuranti. Ma si basa su previsioni troppo ottimistiche per la crescita dell’economia italiana dei prossimi anni. Per il 2013, si prevede un marginale sforamento del deficit effettivo rispetto a quello programmato e ne viene attribuita la colpa all’instabilità politica (leggi: cancellazione dell’Imu sulla prima casa imposta dal Pdl senza che si siano reperite vere coperture). Ma il marginale sforamento avviene nella consapevolezza che i due decimi di punto percentuale di maggior deficit previsti per il 2013 (3,1 anziché il 2,9 per cento programmato) non potrebbero essere considerati segni di grave irresponsabilità fiscale non solo dalla Commissione europea a Bruxelles, ma neanche dai falchi della Bundesbank. Insomma, malgrado la difficoltà di tenere la barra a dritta sugli impegni presi con l’Europa sullo spostamento del carico fiscale dal lavoro e dalle imprese ai consumi e alla casa, alla fine i conti 2013 non vanno poi così male.
I numeri più importanti della tabella del Def non riguardano però il 2013 ma gli anni che vengono dopo. Il quadro programmatico per la politica fiscale che viene fuori dal Documento prevede un deficit gradualmente in calo verso lo zero anche se con un passo più lento di quanto preventivato, mentre l’avanzo primario (il surplus di bilancio al netto della spesa per interessi sul debito) è indicato in crescita verso il 5 per cento e il deficit strutturale – il dato che davvero conta per l’Europa del fiscal compact  –  è sostanzialmente inchiodato a zero in tutti gli anni a venire fino al 2017. C’è però da dire che il risultato sull’evoluzione del deficit effettivo dipende in modo cruciale dalle ipotesi che si fanno su quanto crescerà l’economia. E qui c’è qualche ragione di preoccupazione.

Ma quanto crescerà l’Italia?

Da un lato, la sequenza di tassi di crescita del Pil previsti per il 2014-2017 colpisce positivamente: +1,0 per cento per il 2014, +1,7 per il 2015, +1,8 per il 2016 e +1,9 per il 2017. Il governo prefigura cioè una crescita molto più rapida di quella degli ultimi quindici anni. C’è però da dire che la crescita prevista è superiore di mezzo punto percentuale in tutti gli anni rispetto a quella indicata per l’economia italiana nel World Economic Outlook del Fondo monetario nell’aprile 2013. Forse c’è qualcosa che al ministero dell’Economia sanno e che al Fondo monetario sfugge. La maggior crescita – si legge sulla Nota di aggiornamento al Def – sarebbe ascrivibile all’impatto delle riforme economiche attuate di cui è possibile fornire una valutazione di impatto più precisa ora che alcuni dei decreti attuativi associati ai vari “decreti sviluppo” del governo Monti e al decreto “del fare” sono in via di realizzazione.
In ogni caso, predisporre un quadro contabile più roseo rispetto a quanto previsto da un istituto indipendente come il Fondo monetario è inappropriato per un paese che fino a ieri è stato un osservato speciale dei mercati. Gonfiare di mezzo punto la crescita attesa consente infatti di contabilizzare 8 miliardi di Pil aggiuntivi l’anno, per un totale di 32 miliardi in più disponibili alla fine dei quattro anni, il che migliora la previsione dei conti pubblici in modo politicamente indolore. Il meccanismo è semplice e non nuovo. La previsione di una più rapida crescita del Pil porta a un ampliamento della base imponibile per le tasse su redditi, consumi e lavoro e quindi porta alla previsione di maggiori entrate fiscali e di minore deficit senza toccare all’insù le aliquote di imposta. Usando la regola del pollice spesso impiegata nelle organizzazioni internazionali, si può dire che mezzo punto di Pil in più si traduce in una riduzione del rapporto deficit-Pil di circa un quarto di punto. La previsione sull’andamento del deficit a legislazione vigente con la crescita prevista dal Fondo diventerebbe cioè: 2,55 per il 2014, 2,05 per il 2015 e così via negli anni a venire. E anche la dinamica dello stock di debito pubblico – la vera variabile della finanza pubblica italiana che preoccupa i mercati – si avvicinerebbe ulteriormente a quota 135 per cento. L’azzeramento del deficit sarebbe rinviato ulteriormente, così come il ritorno del debito ad una dinamica di sostenibilità.
Insomma, con un tesoretto di otto miliardi aggiuntivi all’anno, diventa più facile dipingere di rosa l’evoluzione futura della finanza pubblica anche con gli incerti chiari di luna della politica italiana di oggi. Ma anche se l’ampliamento artificiale della dimensione della torta con previsioni di crescita gonfiate dà un contributo a risolvere i problemi interni di una coalizione litigiosa, ci vorrà qualcosa di più incisivo per convincere gli investitori esteri a continuare a comprare il debito pubblico dell’Italia e a riportare lo spread con la Germania giù a quota 100, come auspicato dal ministro Saccomanni.

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