Nel mio calcio non ci sono contratti milionari da onorare, coppe campioni da conquistare o dichiarazioni assurde da censurare; solo storie semplici. Storie figlie di un Dio minore. I miei colori sono il giallo e il rosso, e i miei eroi si chiamano Massimo Palanca, Ken Fish e Osvaldo Soriano. Oggi per la prima volta il mio calcio invade questo blog.

Lo fa per raccontare la storia di una persona che non c’e’ più. Ironia della sorte, un male incurabile lo ha portato via proprio a Settembre, impedendogli di gustare un ultimo campionato. Carlo La Forza aveva 38 anni ed a Catanzaro non c’era neppure nato. Carlo era un tifoso speciale. Un napoletano che non si esaltava per le prodezze di Maradona, ma per i colpi di genio di Massimo Palanca. Mentre la sua Napoli impazziva per lo scudetto, lui studente di scuola media diceva con semplicità disarmante al preside, “e perché io dovrei gioire? La mia squadra è il Catanzaro”. Il suo amore per i colori giallorossi sconfinava il calcio, era l’appartenenza ad una comunità che si ricostruisce ad ogni trasferta, da Giugliano a Fondi, da Casal di Principe a Casarano, macinando chilometri e sacrifici per star dietro ad undici ragazzi che tirano calci ad un pallone.

Mi capita di scrivere spesso della mia terra, di quella Calabria e di quella Catanzaro vessate non tanto dalla povertà materiale ma dall’assenza di azione collettiva. Quell’assenza di azione collettiva ha reso negli anni la mia terra una non società, un agglomerato di case ed individui. Un agglomerato in cui spesso viene svenduta la dignità per un piatto di lenticchie al politico o all’imprenditore di turno. Ma in questa settimana trascorsa dalla scomparsa di Carlo, questa piccola comunità ha magicamente ritrovato se stessa. Una comunità nella quale tutti, per una volta, almeno per una domenica, si sentono uguali, tutti mediani e tutti fantasisti, tutti con la loro voglia di ricordare Carlo.

C’e’ Francesco che gli dedica un pezzo da brividi sulla rosa. C’è Massimo Palanca, l’idolo di Carlo, che interviene pubblicamente facendo trasparire la sua commozione. C’e’ Salvatore che mi racconta della telefonata di Carlo, in cui lui aveva insistito per avere subito il suo abbonamento a Milano, prima di morire, perché il figlio Francesco doveva sapere che suo padre tifava Catanzaro. Ci sono Fabrizio, Davide, Massimo e Roberto che a Milano seguono per l’ultima volta il feretro di Carlo con le sciarpe giallorosse al collo. Ci sono Alberto e i tifosi di Torino, che si mettono in macchina per vedere il Catanzaro a Lecce con Carlo nella mente e nel cuore.

E poi c’è la sua squadra di calcio, quel Catanzaro che Carlo amava tanto, che ha fatto di tutto per ottenere il permesso in lega per giocare oggi a Lecce con il lutto al braccio. Un bellissimo regalo a Carlo, alla sua famiglia e ai suoi amici, ma anche a tutta una comunità di tifosi. Una comunità che rappresenta un certo modo di vivere il calcio, l’amicizia, la vita di cui Carlo è un simbolo. Una fascia nera al braccio in questo caso non è solo lutto ma vita che si rinnova.

Storie personali, che si fondono in una collettiva, l’amore per una squadra di calcio. In fondo quegli undici uomini vestiti di giallorosso che corrono su un prato verde sono solo un simbolo, una metafora. La metafora di un bisogno di comunità, un bisogno di socialità, in un luogo dove troppo spesso l’individualismo e il servilismo hanno fatto da padrone. Una comunità nella quale ti senti forte di una storia comune, una comunità dove ti senti speciale, perché hai una faccia ed una storia da raccontare. Una comunità di donne e uomini veri nella quale possiamo sentirci singoli al plurale, una comunità che continuerà a vivere, amare e ricordare.

Ciao Carlo.