Adoro quel disco, mi piace più di Nevermind” dice Dave Grohl parlando di In Utero, il terzo e ultimo disco registrato in studio dai Nirvana, che segue l’uscita del loro album capolavoro che conteneva Smells Like Teen Spirit, brano elevato a inno del grunge e d’una generazione intera.

Questo mese di In Utero si celebra il ventennale, e per l’occasione dal 23 settembre sarà in vendita un cofanetto che contiene tutte le 89 tracce previste nella ristampa, disponibili in edizioni in doppio cd, triplo vinile e dvd live.
 
I ricordi legati a quest’album, che al debutto si piazzò al primo posto delle classifiche inglesi e americane e vendette oltre cinque milioni di copie in tutto il mondo, per l’ex batterista dei Nirvana sono pura emozione: “Torno a quest’album e guardo la confezione e le foto, e ascolto le canzoni che non ho ascoltato da vent’anni in qua, con le rarità, i demo… Ed è un po’ un trip”, dice Dave Grohl.

Originariamente, Kurt Cobain aveva intenzione di intitolare l’album I Hate Myself and I Want to Die (“Odio me stesso e voglio morire”) frase che estrapola dal suo diario del 1992. In quel periodo, Cobain pronuncia spesso questa frase in risposta a chi gli chiede di come si senta. Cobain del resto, è stanco di prendere il gruppo sul serio e che tutti gli altri lo prendano sul serio. Quel titolo è per lui solo un gioco, ma il bassista dei Nirvana Krist Novoselic, riesce a persuaderlo e a fargli cambiare il titolo, per il timore di scatenare possibili controversie legali. La scelta finale ricade su In Utero, titolo tratto da una canzone della moglie di Kurt, Courtney Love, dalla quale ha da poco avuto una bambina, Francis Bean.

Il disco, che si apre con la frase “La rabbia giovanile ha pagato bene. Ora sono vecchio e annoiato”, si rivela di grande impatto, grazie alla forza delle canzoni. Le doti da songwriter che qui Kurt Cobain dimostra di avere, eclissano ogni lavoro precedente, anche se il disco è confuso, colmo di conflitti. A partire da quelli che si ebbero durante la registrazioni contro l’etichetta: il Chicago Tribune all’epoca pubblicò un articolo dal titolo “L’etichetta non è affatto entusiasta dell’ultimo disco dei Nirvana”. Mentre su NME, il giornalista musicale John Mulvey, scrive che “In Utero sembra l’album di una band in cerca di una direzione psicologica”.  

Nonostante tutto, il disco genera diversi pezzi memorabili, come Rape Me, suonato sul giro di Teen Spirit, o Heart Shaped Box, che rappresenta la vetta artistica dell’album. Si tratta di una cupissima canzone d’amore, in cui sono presenti alcuni dei temi cari a Cobain, come la dipendenza e il sentirsi in trappola.  Non mancano, poi, i momenti di pura follia punk, come ad esempio la corrosiva Tourette’s, e – in mezzo a tutta quella rabbia  fosca e meditabonda – quelli caratterizzati da una bellezza sublime e delicata, come Pennyroyal Tea e Dumb.

Insomma, ancora una volta, i Nirvana con In Utero ottengono un successo straordinario. Proprio quel che Kurt Cobain si augura di non dover sopportare: dover essere di nuovo sotto la luce dei riflettori. La fine è nota.