Milano ha uno strano rapporto con la moda. Basta guardare che cosa succede in questi giorni in città. Martedì, folla di addetti ai lavori e curiosi per la “Vogue fashion’s night”: 500 negozi aperti fin quasi a mezzanotte, 200 mila visitatori. Fino al 23 settembre, calendario zeppo di iniziative per la Settimana della moda”: sfilate, modelle, feste, paparazzi.

Una parte della città assiste o partecipa divertita. In fondo, è un grande circo luccicante, uno sfavillante lunapark: perché non entrarci per un attimo? Una parte si mostra invece infastidita per il traffico che va in tilt, le strade bloccate, i “privilegi” concessi agli stilisti, mentre i pendolari fanno fatica a trovare un trenino che li riporti a casa. Il lusso esibito stride con la fila della mensa dei poveri che si fa sempre più lunga, proprio a pochi metri dalla sede di Dolce & Gabbana.

Milano, come ogni grande città, è anche questo: inestricabile contrasto tra crisi e opulenza. E nessuna bacchetta magica potrà d’un colpo risolvere ogni problema. La moda è anche un settore che offre lavoro e produce ricchezza, una risorsa per Milano, che della moda è (o vorrebbe essere) una capitale internazionale.

Ma proprio per questo, sono incomprensibili le oscillazioni di chi dovrebbe non assistere, ma guidare lo sviluppo della città. Milano era città di grandi fabbriche, di produzione industriale, di manufatti concreti. È diventata capitale dell’immagine, dei marchi, di un “made in Italy” fabbricato spesso sottocosto all’estero con holding nei paradisi fiscali. I capitani d’industria sono stati soppiantati dai “sarti” diventati in pochi anni i padroni dell’immaginario. La Falck ha smontato i suoi capannoni in periferia, mentre Giorgio Armani e gli altri hanno occupato il centro della città.

Inutile rimpiangere il passato, ammesso che ci sia qualcosa da rimpiangere. Certo è che mentre il passato industriale aveva i suoi cantori e i suoi critici, e lo scontro di forze contrapposte, anche duro, ha prodotto ricchezza per il Paese e conquiste per la democrazia, il presente ha solo pallide reazioni, applausi, pubbliche relazioni e gossip. Nessuno che mostri di voler governare lo sviluppo. La città diventa un set da affittare o vendere ai nuovi padroni, senza un’idea per trasformare il Sistema Moda in una ricchezza per tutta la città.

Quando due stilisti come Dolce & Gabbana sono stati condannati in primo grado (le motivazioni di quella sentenza sono arrivate proprio in coincidenza con la Notte della moda), un assessore ha detto, sensatamente, che al Comune non fa piacere concedere spazi agli evasori fiscali. Con seguito di serrata delle boutique D&G e tweet indignati (“Comune fai schifo!”). Poi sono arrivate dalla politica le scuse ai signori stilisti tutti, che “producono ricchezza e promuovono l’immagine di Milano nel mondo”. Vero: ma il compito della politica non è quello di pretendere correttezza e stabilire regole?

Ora la moda, ci annunciano, diventerà uno dei temi di Expo, con Franca Sozzani candidata a diventare ambasciatore dell’esposizione nel mondo. Ma come: il tema di Expo non era il cibo e l’alimentazione? L’evento era già diventato una grande operazione immobiliare; adesso arriva anche la moda. Segno di pensiero debole e progettualità zero: si accatastano temi diversi e si sommano interessi disparati, per dare sangue a un evento esangue e perché si è incapaci di una proposta forte, semplice e chiara. Milano sale sulla giostra della moda perché è incapace di guidarla.

twitter: @gbarbacetto

il Fatto Quotidiano, 19 settembre 2013