Certo è come sparare sulla Croce Rossa, ma il “caso” Fiat – cui ci siamo dedicati in passato e di cui Montrone ha scritto in questi giorni sul fattoquotidiano.it – senza alcun accanimento, né disfattismo e vittimismo italiota, oltre ad essere significativo in sé permette di ragionare sui problemi dell’impresa e del lavoro contemporanei, in particolare in Italia.

Al Salone di Francoforte la maggioranza delle case automobilistiche presenta prototipi e vetture che ragionano su nuove fonti energetiche; Fiat soprattutto restyling di modelli vecchi.

Come ho già avuto occasione di scrivere – e con me altri con più dovizia – si tratta di un’azienda “senza prodotto”, con ridotta ricerca e sviluppo, poca applicazione a conoscere dove stanno andando persone e mondo. In sostanza, ma non diciamo nulla di nuovo, soprattutto una finanziaria.

Il rapporto fra impresa e finanza oppure l’ingresso delle logiche finanziarie nelle aziende ne hanno profondamente mutato caratteri, logiche e prassi. Dal nostro punto di vista è sostanziale la riduzione di interesse per il tema del lavoro, in termini di occupazione ma anche di lavoro “ben fatto” e di “buon progetto”, che invece da sempre caratterizzano il made in Italy.  

In tutta evidenza è una questione che non riguarda unicamente la sola e “solita” Fiat, ma anche una certa quantità di industrie italiane. Si tratta di un modello di impresa, che negli anni ci è stato spacciato come obbligatorio anche dagli economisti: bisogna essere grandi dimensionalmente e finanziariamente, delocalizzare la produzione, “ottimizzare” i costi con l’ansia del rendimento nel breve tempo per azionisti e manager; conta solo la forza del brand o il mercato del lusso e cosi via.

In questo modo in Italia ci siamo forse giocati il sistema distrettuale, un’equilibrata evoluzione del capitalismo familiare o il passaggio ad uno manageriale, senza parlare dell’idea di un’impresa “responsabile”. Certo in questi decenni perduti – inseguendo rimpianti passatisti o necessità personali ma, e questo è ancora più grave, per miopia o connivenza senza capacità di contrasto o proposta alternativa – qualcuno ha illuso che si poteva continuare ad evadere il fisco, fare in nero o pagare mazzette; le associazioni di categoria hanno privilegiato le relazioni politiche piuttosto che le politiche di conoscenza e di innovazione; il sindacato ha difeso le proprie rendite di posizione, dedicando limitate attenzioni al lavoro e ai lavoratori “nuovi”.

Esempi a livello mondiale ci parlano di altre possibilità e modelli, che si muovono in equilibro fra locale e globale, esplorano la “coda lunga” dei mercati non necessariamente massificati e omologati senza qualità, coltivano strategie di lungo periodo e identità, assieme all’obbligata necessità di sapere, conoscenza e progetto di fronte a trasformazioni di tecnologiche, media, società e cosi via.

Certo si fa molto prima a dire che c’è crisi e non ci sono più soldi; la questione invece è dove metti quei pochi o tanti che hai. Di sicuro Fiat non li ha messi nei prodotti che, come dimostra ancora Francoforte, sono vecchi e datati nella concezione e nel design. In compenso continua a investire denari ad esempio in pubblicità televisiva e sui giornali, per catturare il mercato o, viene anche il dubbio, allo scopo di ammorbidire l’esercizio della libera opinione giornalistica. Ma qui la questione più generale e grave rimane quella del rapporto drogato fra media e potere politico ed economico.

Questo permette di affrontare un altro problema, anche in questo caso non solo Fiat, relativo al ruolo malinteso e allo strapotere della comunicazione, in termini di logiche di investimento. Nessuno nega necessità e piacere del “comunicare”, ma – in epoca di rinnovate possibilità legate ai nuovi media, alle tecnologie, al ritorno della mai sopita forza del “passaparola”, legata alla reputation aziendale e dei prodotti – talune modalità e strumenti paiono datati, non propriamente prioritari, decisivi né memorabili. Un unico imperituro ricordo, ad esempio, rimane dei passaggi televisivi torinesi: i bobbisti giamaicani del Doblò e davvero troppo poco altro.

Per fortuna non tutte le imprese italiane sono decotte; ai segnali nuovi che arrivano da quelle che stanno affrontando questa fase difficile e di trasformazione è allora utile guardare; per questo provo a promettere a me stesso di non occuparmi più di Fiat! Almeno fino al prossimo modello…