Road to Nowhere, strada verso il nulla, è una canzone dei Talking Heads. Se Letta insiste con il voler dare un nome ai suoi decreti legge, potrebbe bene diventare anche il titolo del prossimo provvedimento governativo, quello di proroga delle missioni internazionali. A fine settembre scadono le autorizzazioni di spesa per le missioni militari che abbiamo in giro per il mondo e bisogna prorogarle. Il decreto è già in bozza e dovrebbe andare a uno dei prossimi Consigli dei ministri. Dalle carte che abbiamo potuto vedere in anteprima il nuovo provvedimento aggiungerà 314 milioni ai 935 già stanziati con il decreto dello scorso dicembre, valido fino alla fine di questo mese. Insomma 1,277 miliardi di euro spesi nel 2013, di cui il grosso va naturalmente all’Afghanistan (570 milioni in tutto, 143 per quest’ultimo trimestre). Abbastanza per evitarci l’aumento dell’Iva.

Nei venticinque commi del primo articolo della bozza di decreto non c’è solo l’Afghanistan: si va dal Libano a Hebron, dalla Libia a Gibuti, dal Darfur a Cipro. Nonostante negli ultimi anni la nostra presenza all’estero si sia notevolmente ridotta causa crisi economica, la nostra grandeur paci-militarista non sembra aver perso vigore. Anzi, come ci ricorda anche il decreto in arrivo, qua e là cerchiamo pure di mettere radici. Non si sa mai. Come a Gibuti dove stiamo costruendo nel sostanziale silenzio del Governo una base militare. Il patto segreto tra l’Italia e il Paese del Corno d’Africa lo avevamo rivelato qui alcuni mesi fa. Un accordo per il quale continuiamo a pagare (anche se il costo vero non ci è stato ancora detto) e continueremo chissà per quanto. Magari con baratti. Da ultimo, quattro blindati Lince 4×4 inseriti in questo decreto prossimo venturo e che ci costeranno 192mila euro solo per rimetterli in efficienza. Certo, a fronte del miliardo e trecento milioni che spendiamo nel resto del mondo sono bruscolini. Ma Gibuti ha 800mila abitanti, undici volte meno della Lombardia.

Gibuti è una delle ragioni per cui questo decreto dovrebbe opportunamente intitolarsi Road to Nowhere. Un’altra è la Libia, dove spenderemo in quest’ultimo scorcio di 2013 ben 2,545 milioni di euro per la European Union Border Assistance Mission in Libya (ai quali dobbiamo aggiungere 7,584 milioni per la prima parte dell’anno, in tutto dieci milioni). E per far fronte a che cosa? A una situazione inaspettata? Imprevedibile? No, a qualcosa che abbiamo creato noi stessi. L’instabilità nata dai bombardamenti occidentali del 2011 sulla Jamahiriya libica ha messo in moto reazioni a catena che adesso dobbiamo cercare di contenere. E che si sono riverberate immediatamente anche in Mali e in altre zone dell’area e dove anche lì ci siamo (sta tutto nel decreto). Tanti bravi soldatini.

Ma dove la missione è più che mai impantanata e destinata a una invincibile sconfitta come direbbe il mai troppo compianto Andrea Pazienza è certamente l’Afghanistan. Da solerti esecutori, abbiamo deciso che alla fine del 2014 ce ne andremo da lì, dopo 12 anni di inutile guerra. Anzi no, cesseremo le operazioni belliche. Lo facciamo perché lo fanno gli americani. Ma in realtà resteremo, eccome se ci resteremo. Nessuno lo ha autorizzato, non certo il Parlamento, ma il cattolicissimo Mauro ha già detto di sì alla permanenza all’ombra dell’Hindu Kush di “istruttori” italiani. Quanti? Nessuno ovviamente lo dice, ma voci attendibili sostengono che il digiunatore di via XX Settembre si sia impegnato con la Nato per un migliaio di uomini. Vero? Falso? Di certo al solito tutto viene fatto nell’opacità delle stanze ministeriali al riparo dalle fastidiose curiosità dell’opinione pubblica e (per quello che conta) del Parlamento.

Ma il rischio che questa strada verso il nulla diventi un’autostrada con pedaggio permanente ormai è quasi una certezza. L’entusiasmo per le missioni di pace, gran bel sentimento se non nascondesse spesso propositi di guerra inconfessabili, può essere pericoloso. E speriamo che Sand in the Vaseline (sabbia nella vaselina), il titolo della raccolta dei Talking Heads che comprende anche Road to Nowhere, non sia un doloroso presagio.